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  Forum  Dasà  Arte e Cultura  Lettura delle opere pittoriche di Mike ARRUZZA
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Nuovo messaggio 20/04/2010 18.35
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Lettura delle opere pittoriche di Mike ARRUZZA  (Italy)

Pubblichiamo con piacere la personale lettura che il prof. Ferdinando Ierardo ha voluto dare alle opere pittoriche esposte da Mike Arruzza. L'ACD ringrazia il prof. Ierardo, uomo di cultura, sempre presente e attento alle  iniziative dell'Associazione Culturale.

Lettura delle opere pittoriche di Mike ARRUZZA, esposte nei locali         dell’Associazione Culturale di Dasà (VV) dall’ 1 al 6 aprile 2010.

 

                                                ♦♦♦♦♦♦♦♦♦♦♦♦♦♦♦♦♦♦  

     L’artista Mike Arruzza non finisce mai di stupirci. Attraverso le sue opere ci proietta in un mondo variegato di immagini, con una sequenza di rapporti artistici che spaziano in ampie rappresentazioni: dai ricordi di una fanciullezza spensierata ai paesaggi, alle nature morte, a caratteristiche ed espressive figure, al sacro e al profano.

Tendenzialmente si propende a scindere il sacro dal profano, ma, nel caso specifico delle tre tele, l’uno e l’altro aspetto si amalgamano perfettamente in chiave moderna, tanto da non distinguere quale sia prevalente.

A prima lettura potrebbe apparire come suo orientamento la scelta di nuovi messaggi artistici, ma chi conosce l’arte di Arruzza sa che egli ha l’abilità e la genialità di riproporsi  in modo originale, rappresentando la quotidianità attraverso immagini che rimbalzano in un gioco tra spazio, luce, colore ed ombra.

Lo stile artistico che più lo caratterizza è quello riferibile all’arte del Caravaggio, che tra la fine dell’ultimo decennio del  ′500 e l’inizio del  ′600 inaugura il realismo, riportando sulle tele una sostanzialità umana che diventa luce, poesia, armonia, incanto.

 

La DEPOSIZIONE” – olio su tela 120x150cm. - anno 2008.

E’ una scena concepita secondo uno schema piramidale che, dall’ampia base occupata dalle figure che prendono parte alla deposizione del Cristo morto, culmina con l’apice della Croce su cui è posto il monogramma dettato da Pilato a titolo dispregiativo di condanna.  Il dramma della crocifissione si è consumato; a ricordo di quel supplizio sono impressi  ai lati dei bracci della Croce i segni lasciati dai chiodi e macchie di sangue a testimonianza della tortura, della crudele esecuzione, succedutesi in un crescendo di atroce sofferenza. A ciò ora si contrappongono e prendono il sopravvento la calma, il silenzio, la serenità nell’abbandono pietoso del soccorso.

E’ la parasceve. Gli ultimi riflessi del tramonto, che sfuma all’orizzonte del Golgota,  danno risalto alle figure ed annunciano che bisogna fare in fretta. Sullo sfondo, a sinistra, il dramma che si è consumato è messo in risalto dallo strazio materno, da quelle due figure di donna che emergono nella penombra, l’una a conforto dell’altra.

La luce dal lato destro della Croce tenuemente si espande sui volti e oggetti presenti. Il corpo del Cristo non appare irrigidito dalla morte, ma in un completo abbandono sembra fluttuare tra le braccia di coloro che lo sostengono, quasi confondendosi, se non fossero i tatuaggi e la modernità degli atteggiamenti a distinguerli. Dalla Croce il dolore ritorna sulla terra. Quel lenzuolo danzante alla lieve brezza della sera è indice di vitalità, quasi l’annuncio che qualche giorno dopo s’inalbererà dentro il sepolcro non come segno di sofferenza, ma simbolo di vittoria sulla morte.

Nella rappresentazione artistica lo stesso autore non riesce a sottrarsi, anzi sembra che voglia soprintendere affinché tutto si svolga nel più assoluto rispetto. Partecipa al mesto rito, ricevendo una parte di quella morbida luce che mette in risalto, in modo inconfondibile, i suoi lineamenti somatici, le espressioni e le emozioni di tutti gli altri attori.

 

“FLAGELLAZIONE” – olio su tela 100x150 cm. - anno 2009.

Una sola scena prevalente, ma due aspetti contrastanti. Ecco la tipica folla dei nostri giorni, forse di sempre. Violenza, curiosità, indifferenza, trionfalismo, desiderio anche di ritrarre ed immortalare quell’immagine attraverso l’obiettivo fotografico sono i temi dominanti del dipinto. Qui è sufficiente quella lieve luce, che illumina i volti, per carpire le espressioni degli astanti. Il candido cinto che avvolge i lombi del reo assorbe maggiormente la luce crepuscolare. La flessione delle ginocchia è indice della sofferenza del corpo che non regge sotto i colpi vibrati ripetutamente e con violenza. Uno dei colpi è fermato nel momento in cui le strisce di cuoio del flagello vengono a contatto con il corpo e penetrano nelle carni. Dal volto del Cristo, sfiorato da un filo di luce che filtra attraverso le braccia legate al legno del supplizio, traspare una sofferenza subíta quasi  pazientemente, poiché il pensiero è assorto su quanto avverrà sul Golgota.

E’ il secondo aguzzino, quello di sinistra, che attira la nostra attenzione: è in atteggiamento di chi è già pronto a vibrare il colpo. Il volto appare di profilo, ma non sfugge il suo sguardo che si posa su quel dorso nudo per scegliere dove colpire.

 

“IL POSTO VUOTO (l’Ultima Cena) – olio su tela 220x150cm. - anno 2009.

L’analisi di Don Gaetano Currà, premessa a questo dipinto, sembra aver colto nella sua essenzialità lo stato fisico e psicologico delle figure, ma è anche vero che nella loro uniformità traspare la diversità. Osservando attentamente l’opera si nota che la figura dell’uomo in primo piano, sulla sinistra, appare incurante di ciò che accade intorno a lui, esula dall’insieme, assorto nei suoi pensieri. E’forse la figura di Giuda? Se la risposta è positiva allora si può affermare che solo in questo caso quella staticità contemplativa dei personaggi acquista movimento. La presenza di Giuda fa pensare  più ad un’attesa che ad un posto lasciato vuoto in seguito a qualcosa che ha già avuto luogo. E’ tutto perfettamente pronto, ben preparato e disposto. La lavanda dei piedi non è ancora avvenuta. La luce riflessa è assorbita prevalentemente dal pane e dal vino nel bicchiere, che nella loro integrità rivelano ciò che deve ancora avvenire. Non vi è stupore, poiché nulla è stato compiuto, né la lavanda dei piedi né la transustanziazione. I vari simboli presenti, come il pane, il vino e l’acqua nel catino, estrinsecano un concetto basilare che può essere sintetizzato con una sola parola: “Amore”. E’ per amore che  Cristo è venuto sulla terra, è per amore l’umile gesto della lavanda dei piedi, è per amore l’istituzione dell’Eucaristia. Il Maestro non è né atteso né assente; la sedia è solo fisicamente vuota, il Cristo è presente, presente nei simboli.

Si può concludere affermando che l’esplicazione di chi dà giudizi interpretativi è sempre soggettiva, per quanto ci si sforzi di farla apparire oggettiva, valida, conforme a criteri definiti.

                                                              

                                                                                     prof.  Ferdinando Ierardo

 

NB  – Un vivo e sentito plauso va agli organizzatori, che hanno dimostrato una grande perizia estetica nel creare un ambiente perfettamente consono alla circostanza; un particolare apprezzamento al Direttivo dell’Associazione che continua a rivelare molto dinamismo nel promuovere attività d’ampio interesse socio – culturale.

 
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