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    <title>Cultura e tradizioni</title>
    <description>Sezione del blog dedicata alle nostre riflessioni sulla storia, sul presente e sul futuro di Dasà</description>
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    <language>it-IT</language>
    <managingEditor>info@associazioneculturaledasaese.it</managingEditor>
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    <pubDate>Fri, 10 Sep 2010 09:55:12 GMT</pubDate>
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      <title>Pasqua a Dasà di Raffaella Magnoli</title>
      <description>&lt;p align="justify"&gt;&lt;font size="1"&gt;Ho vissuto da piccola la festa di Dasà come tutti i bambini, sentendo la magia di qualcosa che non potevo comprendere ma che era intrisa di mistero, senso del divino, festosità e che finiva con la grande tavolata attorno a cui ci si ritrovava insieme a zii, cugini a gustare cibi dai sapori indimenticabili e a condividere una sensazione calorosissima di famiglia allargata.&lt;/font&gt;&lt;/p&gt;
&lt;div align="justify"&gt;&lt;font size="1"&gt;Allora erano ancora tutti vivi: i miei genitori, Vincenzo (Nino) Magnoli, Rosaria Tripodi (Rosareja ‘i Rosanna), la zia Maddalena, lo zio Nino Anzoise, Pietro, i miei fratelli, i miei cugini: che mondo ricco! Ricordo i profumi intensi che si espandevano nel paese, l’olio, il vino, i salumi conservati sott’olio, il pane dal forno della zia Maddalena. E i colori allegri delle ciambelle messe all’asta, degli stendardi con le banconote appese: Il banditore che passava per le strad</description>
      <link>http://www.associazioneculturaledasaese.it/Blog/tabid/66/EntryID/32/Default.aspx</link>
      <author>info@associazioneculturaledasaese.it</author>
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      <pubDate>Fri, 19 Mar 2010 21:39:00 GMT</pubDate>
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      <title>Convegno sulla Storia d'Italia</title>
      <description>&lt;div align="justify"&gt;&lt;a target="_blank" href="http://www.associazioneculturaledasaese.it/Portals/0/Blog/convegno 13. 12.09 [800x600].JPG"&gt;&lt;img border="0" align="left" width="170" height="128" alt="" src="http://www.associazioneculturaledasaese.it/Portals/0/Blog/convegno 13. 12.09 [800x600].JPG" /&gt;&lt;/a&gt;E’ da considerare molto interessante e riuscito il convegno svoltosi domenica 13 dicembre, nei locali della biblioteca comunale di Dasà, visti i numerosi partecipanti ed i numerosi interventi al dibattito successivo.&lt;/div&gt;
&lt;div align="justify"&gt;Dopo una breve presentazione del presidente dell’A.C.D., Grazio Pagano, che ha sottolineato l’importanza che l’Associazione dà a queste iniziative culturali e l’impegno a continuare anche con altre tematiche, c’è stata la proiezione di interessanti filmati d’epoca che hanno contribuito a far entrare i presenti nel vivo del convegno. Subito dopo il Professore Francesco Romanò, storico del luogo, ha relazionato sulle varie tappe della storia d’Italia, tema del convegno: armistizio del 1943, repubblica di Salò, lotta partigiana, fine della guerra, referendum del 1946, nascita della Repubblica e costituente. A mio avviso, il fatto più interessante è stata la partecipazione dei giovani, una quindicina su circa novanta persone presenti in sala. E’ seguito il dibattito con domande, considerazioni e riflessioni sugli avvenimenti drammatici del tempo che hanno contribuito a rendere sempre più interessante la riunione.  &lt;/div&gt;
&lt;div align="justify"&gt;
&lt;p&gt;Alla prossima dal solito Peppi Giogà.&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;&lt;font size="1"&gt;&lt;a target="_blank" href="http://www.associazioneculturaledasaese.ithttp://www.associazioneculturaledasaese.it/Portals/0/Blog/Articolo sul quotidiano 11-12-09.jpg"&gt;Articolo di Giuseppe Parrucci su "Il Quotidiano" del 11/12/2009&lt;/a&gt;&lt;/font&gt;&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;&lt;font size="1"&gt;&lt;a target="_blank" href="http://www.associazioneculturaledasaese.ithttp://www.associazioneculturaledasaese.it/Portals/0/Blog/Articolo sul quotidiano 15-12-09.jpg"&gt;Articolo di Giuseppe Parrucci su "Il Quotidiano" del 15/12/2009&lt;/a&gt;&lt;/font&gt;&lt;/p&gt;
&lt;/div&gt;</description>
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      <author>info@associazioneculturaledasaese.it</author>
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      <pubDate>Thu, 17 Dec 2009 21:59:25 GMT</pubDate>
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    <item>
      <title>San Lorenzo: dal monastero basiliano al Parco delle Rimembranze</title>
      <description>&lt;p align="justify"&gt;&lt;a target="_blank" href="http://www.associazioneculturaledasaese.it/Portals/0/Foto/Località San lorenzo nei tempi passati 1.jpg"&gt;&lt;img border="0" alt="Località San lorenzo nei tempi passati " align="left" width="200" height="259" src="http://www.associazioneculturaledasaese.it/Portals/0/Foto/Località San lorenzo nei tempi passati 1.jpg" /&gt;&lt;/a&gt;Tanti visitatori e studiosi nel corso dei secoli si sono interessati ai due monasteri basiliani di Ciano e di Dasà. Mi limito a menzionare gli studiosi più recenti e conterranei, che si sono occupati soprattutto del convento di Ciano, ma anche dell’altro sito basiliano di San Lorenzo di Dasà. Primo fra tutti il colonnello medico Raffaele Palmieri di Dasà, che a Napoli, dove viveva e lavorava, nei ritagli di tempo, coltivava la passione degli studi per il “natio loco”. Poi il medico Francesco Poerio di Arena, che vive a Busto Arsizio, studioso eclettico, critico letterario e d’arte; tra l’altro ha scritto una “Storia di Arena” ancora inedita. Inoltre il defunto ingegnere Francesco Principato di Dinami, che in un capitolo della sua opera “Nella mia Calabria con la macchina del tempo”, complessivamente valida, si occupa dei due monasteri basiliani di Ciano e di Dasà. Ancora Giuseppe Crocenti nel suo libro “La valle del Marepotamo” parla qua e là dei due succitati conventi. Altro studioso di rilievo è il vibonese Vito Capialbi, che nella sua opera “Memorie delle tipografie calabresi” si dilunga a parlare soprattutto del monastero basiliano di Ciano. Per ultimo, ma non per importanza, mi piace menzionare il dott. Vincenzo Farina di Dasà, anch’egli medico, appassionato di queste anticaglie. &lt;br /&gt;
La presenza bizantina nella Calabria centromeridionale durò a lungo (dal VI aIl’XI sec.d.C.), ossia dal 553 (termine della guerra greco-gotica) fino al 1050 - 1070, quando iniziò la rapida conquista della regione da parte dei Normanni. I Bizantini non ebbero vita facile con le guerre continue a nord con i Longobardi, che arrivarono fino a Cosenza, e le incursioni e le conquiste da parte degli Arabi a partire dal sec. IX. Pertanto segni indelebili ha lasciato in Calabria la dominazione bizantina. &lt;br /&gt;
Intensissima fu l’attività del monachesimo basiliano e fu tutto un fiorire di eremi e cenobi. In varie ondate, spinti dagli eventi esterni, molti monaci giunsero nella nostra regione dall’oriente e dalla Sicilia e fondarono parecchi conventi; alcuni sorsero pure per l’attivismo di mistici locali. Con l’arrivo dei Normanni iniziò una lenta e lunga opera di “riconquista” sotto la chiesa di Roma; la nuova latinizzazione della Calabria, con l’organizzazione delle diocesi, la costruzione di monasteri (vedi certosa di Serra) ecc... non ebbe sosta fino alla completa egemonia sotto il papa cattolico. Comunque il declino della presenza bizantina fu lento, ma inarrestabile e il basilianesimo durò grosso modo nella maggior parte dei casi, con alterne vicende, fino alla fine del 1700. &lt;br /&gt;
Nella nostra zona esistevano due conventi basiliani: quello di Ciano (il più importante) e quello di Dasà. Circa la querelle se sia sorto prima il monastero di Ciano o quello di S. Lorenzo di Dasà, ancora una parola definitiva non si può pronunciare, tuttavia penso che forse abbia ragione il Farina nel ritenere quello di Dasà come un’emanazione del convento di Ciano e quindi posteriore (risalirebbe agli inizi del 1200). Crocenti ed altri storici locali danno invece la primogenitura a Dasà. Sulla fondazione del convento di S. Lorenzo, purtroppo, non esiste finora una documentazione attendibile. Scrive Crocenti: ”Scarne ed insicure sono le testimonianze che lo riguardano. Si sa di esso che fu fondato intorno al mille e che era dotato di vasti beni e di altrettanto vasta giurisdizione. I Basiliani lo fondarono ai piedi della collina su cui i Normanni poi costruirono la loro fortezza di Arena, in posizione quanto mai salubre ed amena. Questi cenobiti lasciarono impronta notevole della loro opera, poiché alla Valle, per la quale furono unico faro finché in Arena non si stabilirono i Normanni, diedero quella impronta greca che è evidente nella onomastica e toponomastica. I centri urbani e rurali ebbero tutti un nome greco e greci furono i nomi delle piante e delle opere dell’uomo S. Lorenzo si estinse nella 2” metà del Settecento e fino al 1739 erano sue Grange, Santa Chiara di Monteleone (Vibo V.), S. Maria di Moladi e S. Maria di Serrata”. &lt;br /&gt;
Ecco ora cosa scrive Enzo Farina nella citata relazione a proposito del convento di S.Lorenzo: “La figura carismatica e le opere di questo abate (S. Pietro Spina) accrebbero la fama del convento (di Ciano) che ben presto divenne troppo angusto per poter accogliere altri novizi. Nacque, probabilmente, così l’idea di fondarne un altro a poca distanza, su un rilievo nei pressi di Dasà. Il primo abate di questo convento fu S. Lorenzo che, come sembra (vedi Capialbi “Memorie delle tipografie calabresi“; Manoscritti di R. Palmieri; Opere di A. Agresta), aveva fatto il noviziato da S. Pietro Spina. Ci sentiamo, pertanto, di affermare che l’insediamento di Dasà (contrariamente a quanto sostenuto dal Crocenti e da altri storici) fu posteriore a quello di Ciano (inizi XIII secolo). Come quest’ultimo, godette dei favori e delle elargizioni dei Concublet di Arena. S. Lorenzo, nato probabilmente a Dasà verso la fine del 1100, visse anch’ egli “santamente“ insieme ai suoi compagni che, come riferisce Apollinare Agresta (abate generale dell’ordine basiliano) morirono da martiri . L’autore non riporta l’epoca, né la causa del martirio, ma è probabile che i martiri basiliani di Dasà siano caduti per mano dei Saraceni in qualcuna delle tante incursioni. A tal proposito c’è da citare una notizia (non confermata da prove) secondo cui, in occasione di scavi eseguiti verso il 1926 sull’area dove sorgeva il convento basiliano sarebbero stati rinvenuti degli scheletri umani privi di teschio. Da qui l’ipotesi che si potesse trattare dei resti mortali di S. Lorenzo e dei suoi seguaci, essendo nota la macabra consuetudine dei Saraceni di decapitare le proprie vittime portandone via la testa come trofeo”. &lt;br /&gt;
&lt;a target="_blank" href="http://www.associazioneculturaledasaese.it/Portals/0/Foto/San lorenzo inaugurazione parco delle rimembranze 1928.jpg"&gt;&lt;img border="0" alt="San lorenzo inaugurazione parco delle rimembranze 1928" align="left" width="300" height="199" src="http://www.associazioneculturaledasaese.it/Portals/0/Foto/San lorenzo inaugurazione parco delle rimembranze 1928.jpg" /&gt;&lt;/a&gt;A parte la discordanza delle date, è evidente che il monastero, fu fondato prima del centro abitato di Dasà (tuttavia su ciò è bene andare cauti). Tutte comunque rimarcano l’importanza del convento di S. Lorenzo nella nascita e sviluppo di Dasà. Il padre basiliano Apollinare Agresta, vissuto nel 1600 scrisse una famosa “Vita di S. Basilio Magno”e dice: “Sopra un promontorio presso alla Terra di Dasà, sorge l’Abbazia, appellata di S. Lorenzo similmente Monaco basiliano, che con altri suoi compagni, fece quivi vita cenobitica, e Santamente visse, e morì. Questo cenobio fu eretto dal suddetto Gran Conte di Arena, e dotato di grosse rendite”. Del monastero di S. Lorenzo di Dasà non si hanno molte notizie, contrariamente a quello di Ciano. &lt;br /&gt;
Voglio ora segnalare una brevissima storia del convento di S. Lorenzo, probabilmente scritta nel 1800 o al massimo agli inizi del 1900. Il manoscritto purtroppo è anonimo, ma propendo a pensare, dall’esame del testo, che l’autore sia stato un dasaese illustre. Un altro riferimento importantissimo a un S. Lorenzo si trova in un preziosissimo documento, che noi possediamo in copia e che è conservato nello Archivio Caracciolo di Arena. Si tratta della Lettera del re Carlo I di Angiò a Paolo di Botonto, Mastro Portolano e Procuratore di Calabria e del contado di Arena nell’anno 1273. Ecco cosa scrive l’ignoto autore del manoscritto su S. Lorenzo: “Carlo d’Angiò che, sconfitto Riccardo signore d’Arena e condottolo prigioniero a Trani scriveva a Paolo di Botonto, facendogli una specie d’inventario dello stato di Arena, ci dà fra le altre rendite quella proveniente dal forum S. Laurentii e che deve riferirsi al cennato convento per il fatto che in Arena non esisteva altra chiesa, né piazza, né fiera denominata a tale santo”. La citazione esatta è la seguente: ”Jura fori San Laurentii pro uncia auri una” (i diritti del sito di S. Lorenzo per un’oncia d’oro). Chiaramente, pur dando per buone tutte le considerazioni del nostro illustre sconosciuto, noi non abbiamo la sicurezza che si tratti del convento di S. Lorenzo perché il termine che usa il documento è “fori” (piazza) e non “coenobium”. Non c’è traccia del convento di S. Lorenzo nelle varie visite pastorali che periodicamente venivano compiute nei monasteri basiliani: non ne parla nè il Chalkèopoulos, che visitò i conventi tra il 1457 e il 1458, né il Terracina nel 1551. Probabilmente le visite ci sono state, ma i resoconti si sono perduti. Il monastero invece è ben descritto nella bellissima relazione dell’Apprezzo della “stato di Arena” fatto dal tavolaro Pietro de Marinis nell’anno 1653. &lt;br /&gt;
Egli scrive: “Per quello che spetta allo spirituale, prima di arrivare in detto casale (Dasà), sopra una collinetta, ove è un monastero di monaci di S. Basilio Magno, sotto il titolo di S. Lorenzo Martire, ove vi dimorano due sacerdoti, due laici, consistente in una chiesa piccola, in celle, dormitorio, e cortile: tiene d’entrate per l’Abb. Commendatore in Roma, e la mensa monastica docati 160, i quali pervengono da oliveti, e censi da diversi territori nello stato di Monteleone”. Un bel rendiconto è quello che ci dà Augusto Placanica. Un capitolo del suo libro: “Il patrimonio ecclesiastico calabrese nell’età moderna è dedicato alle “Visite canoniche ai monasteri basiliani di Calabria (1767-1772)”. Tali documenti egli li ha trovati all’Archivio di Stato di Catanzaro. La visita più importante è quella del 1767 e fu condotta da padre Giuseppe Muscari, abate del monastero di santa Maria de Trigona. Della visita a Ciano non restano documenti. Ecco cosa si legge della situazione di S. Lorenzo nel 1767 a11e pp. 309-311: “Emanati precisi ordini per riparare alla situazione, il P. Muscari si trasferì ad Arena. Qui il monastero di San Lorenzo si trovava in condizioni piuttosto gravi:il Visitatore Le proprietà del convento di San Lorenzo sono più dettagliatamente descritte da Francesco Principato nella citata opera: “Anche ragguardevole era il patrimonio di San Lorenzo di Arena o di Dasà era costituito principalmente da rendite in danaro per fondi siti nei territori di Arena, Moladi, Vazzano, Dasà, Acquaro, Semiatori, Pizzoni, Soriano; da rendita di censi bollari da due censuari residenti in Dasà; da censi in grano bianco percepiti da agricoltori di Semiatori, Acquaro, Arena, Bracciara, Limpidi, Gerocarne; da censi perpetui in olio ed altri generi dovuti da cittadini residenti in Dasà, Arena, Pronia, Acquaro; da piante varie di olivo disseminate in poderi particolari. Il monastero possedeva ancora altri 16 fondi di diversa estensione. La vigna di S. Lorenzo, sita dietro le mura del Convento, fu venduta il 30 luglio 1787 per ducati 528 a Don Vincenzo Corrado e a Don Antonio Ruffo di Dasà (Archivio di Stato di Catanzaro, Liste di carico della Sacra, vol. II). Aggiungiamo a ciò, quanto dice l’anonimo estensore della storia di S. Lorenzo: Risulta infatti da altri documenti riportati in occasione di una lite fra l’Università di Arena ed il proprio marchese che Giovanni Salando (Scullando) Concubleth fece ampie donazioni al predetto cenobio, assegnandogli fra l’altro un mulino (molendinum Sibillio) che tuttora esiste, riedificato sulle rovine del vecchio mulino e che fa bella mostra di sé sul fiume Petriano a chi, prima di attraversare il ponte sullo stesso fiume, da Dasà si conduce ad Arena (molino cosiddetto di Cannatello)”. Circa la vita quotidiana del convento possiamo dire: i monasteri basiliani non avevano strutture architettoniche grandissime e massicce; il nostro convento aveva il pozzo per l’acqua, ma essa veniva pure prelevata, attraverso una strada di pietra a gradoni costruita dai monaci, dal sottostante fiume Petriano. Tale via era una delle strade di comunicazione tra Dasà e Arena; c’erano poi le “accorciature” (sentieri di terra stretti e a volte scoscesi attraverso i quali si abbreviava il cammino): una si inerpicava sulla collina di Santa Caterina, un’altra più giù dal mulino Sibilio saliva ad Arena. I servi e contadini che lavoravano le terre del monastero erano probabilmente sottoposti alle stesse dure prestazioni feudali, di cui abbiamo qualche interessantissima documentazione per l’analogo e vicino convento basiliano di Ciano. Ascoltiamo cosa dice ancora il nostro illustre sconosciuto “Prima del terremoto del 1783 il convento esisteva ancora, perché ne ha più volte fatto cenno nella cennata lite fra l’Università ed il marchese di Arena, a proposito appunto del cennato molino Sibilio, che in quell’epoca costituiva una eccezionale concessione, essendo tutti gli esercizi pubblici, compresi i mulini, di spettanza esclusiva dell’«utile» padrone della terra (cioè il marchese di Arena)“. &lt;br /&gt;
Il monastero di S. Lorenzo, come pure quello di Ciano, fu totalmente distrutto dal terribile terremoto del 1783. F. Principato nella sua “Storia dei tremuoti”, Napoli, 1783 dice che i quattro monaci di esso sopravvissero. Loro poi (è sempre il Principato ad asserirlo) “nel luogo dove sorgeva il monastero costruirono una baracca fabbricata con pietra e fango con dimensioni di palmi 36 x 26 (m. 9,50 x 6,86)”. Con il provvedimento governativo successivo della istituzione della Cassa Sacra, tendente alla requisizione dei beni ecclesiastici, le proprietà del convento di S. Lorenzo furono vendute ai privati.&lt;/p&gt;
&lt;p align="justify"&gt;&lt;a target="_blank" href="http://www.associazioneculturaledasaese.it/Portals/0/Foto/Arrivo dei cannoni 1926.jpg"&gt;&lt;img border="0" alt="Arrivo dei cannoni 1926" align="right" width="300" height="192" src="http://www.associazioneculturaledasaese.it/Portals/0/Foto/Arrivo dei cannoni 1926.jpg" /&gt;&lt;/a&gt;Abbiamo visto che la località S. Lorenzo fu acquistata da un Corrado e Ruffo di Dasà e poi, probabilmente, fu tutta rilevata dai Corrado. La località S. Lorenzo attraversò poi un lungo periodo di oltre un secolo di scarso rilievo e quasi di oblìo (a parte la leggenda del tesoro de i briganti). Dopo la prima guerra mondiale e l’avvento del fascismo, nel clima di eccessiva esaltazione nazionalistica a seguito della vittoria, S. Lorenzo tornò di nuovo in auge perché fu creato il Parco mandamentale delle Rimembranze, per merito soprattutto del prof. Gaetano Corrado. Ma, per capire meglio, facciamo un passo indietro: l’illustre prof. Gaetano Corrado, nato a Paglieta o Paglietta (Chieti) in Abruzzo, laureatosi in medicina all’università di Napoli dove percorse, per merito della sua scienza, gli alti gradi della carriera accademica, fu fondatore a Cagliari, dove insegnò, dell’Istituto di medicina legale della Regia Università. Poi divenne professore di medicina legale all’Università di Napoli dal 1895 al 1932 e qui fondò il Museo di medicina legale, che custodisce, tra l’altro, le sue invenzioni. 11 Prof., Gr. Uff. (così è detto nell’atto notarile), grande ufficiale, moriva a Napoli nel 1935. Suo padre Dr. Giuseppe Corrado (chiamato nell’atto notarile dott. cav.) era nato a Dasà nel 1832 si trasferì poi in Abruzzo dove nacquero i suoi figli Gaetano, Garibaldi, Domenico e una sorella Antonietta. Quando la fama dell’emerito prof. Gaetano Corrado era ormai abbastanza diffusa, il consiglio comunale di Dasà, con un atto lungimirante e intelligente, gli concesse la cittadinanza onoraria: la deliberazione, a firma del sindaco Nicola Bruni, porta la data del 28 febbraio 1903. In quella occasione il Dr. Corrado venne a Dasà e fu accolto con tutti gli onori. Dopo la tragedia della prima guerra mondiale, il Ministero della Pubblica Istruzione emanò, nel dicembre 1922, norme per l’istituzione di viali e parchi della rimembranza (sorsero in questo modo i monumenti ai caduti nei vari paesi). Allora, soprattutto nel prof. Corrado e nei fratelli, maturò l’idea di onorare e compensare il paese di Dasà, del quale era oriundo, “al fine di lasciare imperituro ricordo della loro famiglia nei luoghi di origine ed anche per onorare così la memoria del loro comune genitore. La prima cosa e la più importante, pertanto, su cui si impegnò il prof. Corrado fu quella del Parco mandamentale delle Rimembranze a S. Lorenzo. La preclaretà del suo nome gli aveva consentito di avere agganci e conoscenze a livello governativo e ministeriale. Perciò egli riuscì a farsi mandare dal competente ministero quattro cannoni, residuati bellici della guerra 1915-18, strappati al nemico austro-tedesco (simili trofei di guerra si trovano pure in altri posti d’Italia). Esistono nell’archivio fotografico Palmieri di Dasà, tenuto da Pietro Corrado, le foto dei buoi che hanno trascinato i cannoni, credo, dalla strada fino alla località S. Lorenzo; abbiamo pure le foto della cerimonia inaugurale del parco, avvenuta il 13 giugno 1926, in presenza di autorità civili, religiose e militari e naturalmente del prof. Corrado; vennero le scuole e molti cittadini di Dasà e dei paesi limitrofi interessati. Su cinque pini marittimi già esistenti (i pini erano più di cinque, a quanto pare) piantati in passato dallo stesso prof. Corrado o dalla famiglia, furono applicate le lapidi contenenti le dediche ai caduti di Arena, Dasà, Acquaro e Dinami (un pino e una lapide per ogni comune suddetto); su un altro pino fu messa una lapide particolare dedicata a tutti i caduti d’Italia ed in particolare a quelli di Abruzzo, con menzione doverosa dei germani Corrado e dei loro genitori (Il loro padre Giuseppe Corrado era medico o farmacista e si sposò con una di Paglieta, forse conosciuta nel periodo universitario a Napoli e per questo si trasferì in Abruzzo). Fu inoltre stampata, sempre dal prof. Corrado, una cartolina illustrata perché più duraturo e incancellabile presso i posteri fosse il ricordo dell’evento. &lt;br /&gt;
&lt;a target="_blank" href="http://www.associazioneculturaledasaese.it/Portals/0/Foto/Cartolina ricordo inaugurazione del parco delle rimenbranze.jpg"&gt;&lt;img border="0" alt="Cartolina ricordo inaugurazione del parco delle rimenbranze" align="left" width="350" height="113" src="http://www.associazioneculturaledasaese.it/Portals/0/Foto/Cartolina ricordo inaugurazione del parco delle rimenbranze.jpg" /&gt;&lt;/a&gt;Esiste ancora il telegramma che il generale Giardini, a nome di sua maestà il re Vittorio Emanuele III, inviò al prof. Gaetano Corrado il 14 giugno 1926 a Dasà in adesione alla manifestazione. La seconda cosa che fece il prof. Corrado fu la donazione del fondo S. Lorenzo alla Congrega del SS. Rosario di Dasà. L’atto notarile fu redatto a Napoli nel giugno 1939 nella casa della moglie del prof. Corrado (che era già morto), alla presenza del rappresentante dei Corrado di Abruzzo e del priore della Confraternita Misiti Ferdinando. Veramente già da qualche anno (forse dal 1932) la Congrega era stata immessa nel materiale possesso della proprietà suddetta. L’atto inoltre obbliga la confraternita” a mantenere aperto al pubblico (nei giorni e nelle ore che crederà) il parco delle rimembranze per i caduti di guerra fondato dai donanti e dal loro fratello Gaetano nel terreno di S. Lorenzo. Seguono poi altre prescrizioni. Pertanto i germani Corrado rispettarono in pieno la volontà del loro illustre fratello defunto. Quanto poi al perché i Corrado preferirono la congrega del Rosario non è ben chiaro; l’atto notarile dice “per onorare così la memoria del loro comune genitore”; dal che si potrebbe arguire o che questa era stata la volontà del padre o che la famiglia Corrado di quel ramo, a Dasà in passato, era stata iscritta a quella confraternita. C’è da notare inoltre (lo dicono ancora gli anziani) che per diversi anni il quattro novembre (una volta festa nazionale in onore dei caduti in guerra) si celebrò a S. Lorenzo alla presenza delle scuole. Nel 1952 fu costruita dalla confraternita, priore Domenico Ruffo, l’attuale chiesetta di S. Lorenzo (anche per ottemperare ad un altro obbligo della donazione). Non so se i lavori siano stati ultimati nello stesso anno, ma esiste il contratto di appalto tra la Confraternita e Ganino Pasquale di Dasà (una minuta 1’ho trovata a casa Ruffo; vedi Archivio della Congrega del Rosario). Però, a parte ciò, è seguito un altro lungo periodo di lento abbandono (basti vedere come sono stati ridotti i cannoni). Giova conoscere il passato di fronte al degrado, rapportato ai tempi, in cui versa il Sud da parecchi anni, specie in queste nostre zone interne. Nel meridione d’Italia abbiamo assistito, in questi ultimi anni, a quella che fu chiamata la “modernizzazione senza sviluppo”, che, pur in presenza di tanti risvolti positivi, è degenerata in uno stato assistenziale e delinquenziale.&lt;/p&gt;
&lt;p align="justify"&gt;&lt;a target="_blank" href="http://www.associazioneculturaledasaese.it/Portals/0/Foto/Dedica dei pini ai 4 paesi del mandamento.jpg"&gt;&lt;img border="0" alt="Dedica dei pini ai 4 paesi del mandamento" align="right" width="250" height="166" src="http://www.associazioneculturaledasaese.it/Portals/0/Foto/Dedica dei pini ai 4 paesi del mandamento.jpg" /&gt;&lt;/a&gt;Oggi è necessario costruire un diverso e migliore futuro sulle fondamenta della nostra storia, ereditandone i tanti lasciti utili, innescando cioè uno sviluppo secondo le nostre vocazioni e la nostra storia. Per il riscatto del Sud, io ne sono convinto, un ruolo decisivo deve svolgere la cultura. I beni culturali possono essere il nostro petrolio, insieme ad altre iniziative economiche e produttive. Io non capisco perché regioni come l’Umbria e la Toscana ad es., hanno fatto del loro patrimonio artistico fonte di reddito e di lavoro e noi certamente per quello che abbiamo, non possiamo fare lo stesso. E’ giunto il momento di far risplendere nuovamente e rivalutare questo sito di S.Lorenzo. Dobbiamo adoperarci inoltre per il recupero archeologico dei ruderi del convento. Leggo nella scheda fornitami da Corrado che “molte reliquie del luogo santo, rinvenute attraverso gli scavi, furono donate dalla famiglia Corrado ai musei di Napoli, fra cui la borraccia, un resto di abiti e la croce. Sotto la pietra dell’altare principale sarebbero stati sepolti i resti del Santo”. Enzo Farina parla di scheletri trovati negli scavi del 1926. L’Anonimo Cronista più volte citato dice che la leggenda del tesoro portò a S. Lorenzo nottetempo molte persone a scavare e a distruggere i ruderi del cenobio. Alcuni vassoi del convento sono custoditi dalla famiglia Corrado di Dasà; altri pezzi, probabilmente, saranno dai Corrado in Abruzzo; qualche reperto conserva la Congrega del Rosario; tanti altri potranno essere recuperati con degli scavi sistematici.&lt;/p&gt;
&lt;p align="justify"&gt;&lt;a target="_blank" href="http://www.associazioneculturaledasaese.it/Portals/0/Gallery/Foto/FotoStoriche/inauguraz. parco rimembr. foto P. Corrado 1 [800x600].jpg"&gt;&lt;img border="0" alt="Convegno inaugurazione parco delle Rimembranze - anno 2000 - Foto Pietro Corrado" width="200" height="142" src="http://www.associazioneculturaledasaese.it/Portals/0/Gallery/Foto/FotoStoriche/inauguraz. parco rimembr. foto P. corrado . [800x600].jpg" /&gt;&lt;img border="0" alt="Convegno inaugurazione parco delle Rimembranze - anno 2000 - Foto Pietro Corrado" width="200" height="139" src="http://www.associazioneculturaledasaese.it/Portals/0/Gallery/Foto/FotoStoriche/inauguraz. parco rimembr. foto P. Corrado 1 [800x600].jpg" /&gt;&lt;/a&gt;&lt;/p&gt;
&lt;p align="justify"&gt;FRANCESCO ROMANO’ (1949)&lt;/p&gt;
&lt;p align="justify"&gt;Fotografie dell'archivio di Pietro Corrado&lt;/p&gt;
&lt;p align="justify"&gt;PS: chiunque fosse interessato al testo integrale dell'intervento del prof. Romanò potrà richiederlo al nostro indirizzo email &lt;a href="http://www.associazioneculturaledasaese.itmailto:info@associazioneculturaledasaese.it"&gt;info@associazioneculturaledasaese.it&lt;/a&gt;&lt;/p&gt;</description>
      <link>http://www.associazioneculturaledasaese.it/Blog/tabid/66/EntryID/27/Default.aspx</link>
      <author>info@associazioneculturaledasaese.it</author>
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      <pubDate>Sat, 04 Jul 2009 18:03:19 GMT</pubDate>
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    </item>
    <item>
      <title>Infiorata a Dasà</title>
      <description>&lt;div&gt;
&lt;p&gt;Anche quest’anno, ormai il quinto, a Dasà il comitato “Rione Duca d’Aosta per l’infiorata” è a lavoro da diversi giorni per preparare l’ormai tradizionale infiorata.&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;Gli artisti del disegno stanno riempiendo le strade del rione con raffigurazioni sacre e disegni vari; le donne del quartiere, a squadre, si recano nei prati per raccogliere fiori di ginestra, petali di rose e fiorellini di vari colori che serviranno, insieme al residuo di caffè che alcuni bar del paese conservano per l’occasione, a realizzare i tappeti floreali e le figure sacre disegnate precedentemente. Il tutto diventerà un tappeto unico su cui domenica sera il Parroco recherà il Santissimo in processione con le confraternite e benedirà il rione dai vari altarini preparati per l’occasione. Naturalmente tutti i balconi delle abitazioni sono addobbati con le più belle coperte damascate che le donne hanno avuto in dote e che volentieri sfoggiano per accogliere Gesù.&lt;/p&gt;
&lt;/div&gt;
&lt;div&gt;Questa manifestazione sta diventando una tradizione sempre più sentita tanto che, oltre al rione Duca d’Aosta, molte altre vie del paese saranno coinvolte dall’infiorata.&lt;/div&gt;
&lt;div&gt;
&lt;p&gt;Quindi appuntamento a domenica sera, dalle 18 in poi, tutti a Dasà per ammirare l’infiorata.&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;Alla prossima, Peppi Giogà&lt;/p&gt;
&lt;/div&gt;</description>
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      <author>info@associazioneculturaledasaese.it</author>
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      <pubDate>Thu, 11 Jun 2009 17:31:53 GMT</pubDate>
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    </item>
    <item>
      <title>Cenni storici su Dasà</title>
      <description>&lt;div align="justify"&gt;&lt;a target="_blank" href="http://www.associazioneculturaledasaese.ithttp://www.associazioneculturaledasaese.it/Portals/0/Blog/Panorama Dasà primi  900.JPG"&gt;&lt;img height="136" alt="Panorama Dasà risalente ai primi anni del 1900" width="200" align="left" border="0" src="http://www.associazioneculturaledasaese.ithttp://www.associazioneculturaledasaese.it/Portals/0/Blog/Panorama Dasà primi  900.JPG" /&gt;&lt;/a&gt;A sfogliare le vane enciclopedie e dizionari dei Comuni d’Italia e della Calabria, tutti sono concordi nel dire che Dasà sorse attorno al Monastero di S.Lorenzo dei padri Basiliani, quanto al periodo le date oscillano, ma riteniamo che, pur in mancanza di documenti precisi. si possano ragionevoImente far risalire le origini del paese tra il 1200 e il 1300.&lt;/div&gt;
&lt;div align="justify"&gt;Incerta è pure l’origine del nome: chi afferma che derivi dall’aggettivo greco “dasòs” (luogo boscoso), chi dal fatto che significhi: “è sorto da sé”. Vari sono stati gli input che hanno lentamente consentito l’aggregazione e la crescita del centro abitato: il convento dì San Lorenzo, il castello di Arena ed eventualmente la spinta dell’importante Chiesa dì Santa Maria del Piano, che sorgeva lì vicino.&lt;/div&gt;
&lt;div align="justify"&gt;La prima notizia certa su Dasà è del 1466, rinvenuta in alcune carte dell’Archivio di Stato di Napoli, riportate negli scritti dello storico E. Pontieri. E’ pure sicuro che Dasà fu uno dei casali del feudo di Arena, tenuto prima dai marchesi Conclubeth fino al 1678 e poi dai Caracciolo. I contadini o servi della gleba vivevano in misere capanne di paglia e poi dì “breste”, sotto lo status del regime feudale, sottoposti ad infinite angherie e ad umilianti prestazioni. L’economia era prevalentemente agricola: si lasciano qui solo intravedere la pesantezza del lavoro, la fame e le facili mortalità. La Chiesa e la religione avevano un ruolo egemone sia nel bene che nel male. Il sistema feudale durò a lungo: dal periodo normanno fino al 1806, quando con una legge del governo napoleonico la feudalità fu soppressa ufficialmente, anche se ancora non di fatto. Da ricordare in questo periodo il terribile terremoto del Febbraio 1783 che a Dasà provocò più morti dei paesi vicini (più di 50 persone). Nel corso del 1700 e 1800 il paese era cresciuto: si era differenziata di pìù la vita economica e sociale con lo sviluppo di nuove arti e professioni; le famiglie ragguardevoli erano diventate ricche e potenti; vivace, interessante, anche se a volte feroce, era la battaglia amministrativa. Parecchi sono stati gli uomini di cultura ed i personaggi illustri di Dasà: cito, solo a titolo di esempio, Pier Giovanni Salimbeni (1721-1792), poeta e notaio; i fratelli Calcaterra, vissuti tra il 1700 e il 1800, i quali, oltre agli scritti, diedero un loro contributo al Risorgimento italiano. Per quanto riguarda il patrimonio storico-artistico. ì terremoti prima e gli uomini dopo hanno distrutto buona parte di esso. La Chiesa matrice di S.Nicola risale al primo periodo di formazione del paese. anche se non si sono trovati documenti dell’epoca. Essa e la chiesetta a fianco dell’Immacolata furono demolite e ricostruite durante il fascismo con un improvvido provvedimento del vescovo. A testimoniare l’antica struttura è rimasta solo una caratteristica Croce di pietra. La Chiesa filiale della Consolazione, edificata nel 1483, è l’unica rimasta grosso modo allo stato originario, anche se i restauri effettuati negli anni tra il 1950 e il 1960, ne hanno deturpato un po’ la fisionomia. All’interno si conserva una pregevole statua lignea della Madonna della Consolazione, che risale perlomeno al secolo XV; vi è poi un grande quadro ad olio su tela raffigurante la Madonna del Rosario, dipinto all ‘epoca della fondazione dell’omonima Confraternita nel 1588. Nella Chiesa parrocchiale di S. Nicola e S. Michele vi sono alcune sculture lignee dei sec. XVIII e XIX, un grande Crocifisso dì legno del 1600 e una tela di S. Sebastiano pure del 1600. Nella Chiesa dell’immacolata si conservano tele e sculture lignee di artisti locali del 1700 e del 1800. l’edificio forse più antico del paese è il piano terra del Palazzo dei Bruni, sito in Largo S. Giovanni. In origine erano gli “zzimbi” (le stalle) del marchese di Arena, con i depositi pure di granaglie, costruito forse in concomitanza con il castello. La costruzione in pietra fatta a volte, sorrette da archi comunicanti, era massiccia e molto bella. Oggi purtroppo, divisa tra i vari proprietari, è stata chiusa e in parte deturpata. Numerosi e interessanti sono, lungo le vie del paese, i portali in pietra, alcuni dei quali sono dì pregevole fattura. Da notare che Dasà è uno dei paesi più ricchi di tali portali della provincia di Vibo Valentia. Interessante poi è il vecchio centro storico del paese, il quale, pur non presentando opere d grande valore storico-artistico, tuttavia, con le sue viuzze strette, i balconi e le scale che scendono in fuori, ha il tipico aspetto della secolare civiltà contadina e quindi andrebbe conservato, recuperando e rafforzando le strutture originarie.&lt;/div&gt;
&lt;div align="justify"&gt;Poco distante da Dasà, lungo la strada per Arena, si trova, su una collinetta amena che guarda il paese, la località S. Lorenzo con alcuni grandi pini e quattro cannoni della prima guerra mondiale. Qui tra il 1100 e il 1200 fu fondato un famoso convento di monaci Basiliani, dotato di grosse rendite.&lt;/div&gt;
&lt;div align="justify"&gt;Con l’Unità d’Italia del 1860 le cose al sud non migliorarono granché anzi, sotto certi aspetti, peggiorarono (ad es. lo smantellamento delle ferriere dì Mongiana). Nacque così la famosa questione meridionale. Dasà subì tra la fine del 1800 ed i primi del I900 il primo grande flusso migratorio verso gli Stati Uniti e l’America del Sud.&lt;/div&gt;
&lt;div align="justify"&gt;Il fiume Petriano ha spesso provocato dei disturbi all’abitato: famose le alluvioni del 1855, che distrusse tra l’altro, a quanto si dice, la casa dei Bruni sotto la “timpa”, e quella del 1935. Un alto tributo di vite umane Dasà diede alle due guerre mondiali del 1915-18 e del 1940-45, testimoniato dai monumenti ai caduti siti in piazza. Il periodo fascista (1922-1943) segnò inizialmente lo scontro aspro tra due fazioni per il possesso del fascio. Interessanti ritengo le foto del sacerdote Giuseppe Palmieri. che testimoniano la vita del paese, soprattutto in questo periodo.&lt;/div&gt;
&lt;div align="justify"&gt;Con la fine della dittatura fascista e della guerra, riprese anche a Dasà con vivacità la vita politica e amministrativa. Finì la secolare miseria e ci fu un lento, ma innegabile progresso, accompagnato da una crescita culturale. Tuttavia i problemi strutturali rimasero irrisolti, il tessuto economico e sociale si è venuto sempre più indebolendo. Perciò riprese massiccia l’emigrazione, diretta ora anche verso l’Australia, i Paesi europei e il Nord Italia.&lt;/div&gt;
&lt;div align="justify"&gt;&lt;a target="_blank" href="http://www.associazioneculturaledasaese.ithttp://www.associazioneculturaledasaese.it/Portals/0/Blog/Panorama Dasà.JPG"&gt;&lt;img height="131" alt="Panorama di Dasà risalente ai giorni nostri" width="200" align="left" border="0" src="http://www.associazioneculturaledasaese.ithttp://www.associazioneculturaledasaese.it/Portals/0/Blog/Panorama Dasà.JPG" /&gt;&lt;/a&gt;A mò dì esempio sì dà qui il dato demografico: Dasà nel 1951 contava 2528 abitanti (probabilmente questa è la vetta più alta toccata). I dati degli ultimi censimenti sono: nel 1971 abbiamo 1912 abitanti; nel 1981 ne abbiamo 1603; nel 1991 vi sono 1491 abitanti; nel 2001 gli abitanti sono 1345.&lt;/div&gt;
&lt;div align="justify"&gt;Le cifre parlano da sole. L’economia del paese era prevalentemente agricola: primeggiava su tutte la produzione dell’olio con alcuni frantoi e un sansificio (adesso dismesso); ma si coltivava pure il grano, il mais, la vite, la frutta; sì allevavano anche caprini ed ovini e fiorente era pure quello del baco da seta. Numerosi e bravi erano gli artigiani del legno, del ferro e della pietra. Tutto questo adesso è quasi scomparso: è rimasto solo un po’ l’olio a rianimare l’economia ed il commercio. Per il resto si è gonfiato il ceto impiegatizio, si è vissuto di assistenza statale, si è fatta la politica dì spreco delle opere pubbliche e c’è stato un incremento eccessivo del patrimonio edilizio. Questo è stato ed è il triste destino delle zone interne. Si aggiungano a ciò l’alta disoccupazione giovanile e la riorganizzazione dell’attività mafiosa nella zona.&lt;/div&gt;
&lt;div align="justify"&gt;Speriamo che, come disse Eduardo De Filippo,” ‘a nuttata” passi al più presto.&lt;/div&gt;
&lt;div align="justify"&gt; &lt;/div&gt;
&lt;div align="justify"&gt;Romanò Francesco (1949)&lt;/div&gt;</description>
      <link>http://www.associazioneculturaledasaese.it/Blog/tabid/66/EntryID/26/Default.aspx</link>
      <author>info@associazioneculturaledasaese.it</author>
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      <pubDate>Fri, 17 Apr 2009 21:10:55 GMT</pubDate>
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    </item>
    <item>
      <title>Marti 'i Pasca e 'a 'Ncrinata a Dasà</title>
      <description>&lt;div align="justify"&gt;&lt;strong&gt;&lt;em&gt;“Miegghju mu si’ cavaju e m’hai ‘a musca ca nomm’hai dinari marti ‘i Pasca”.&lt;/em&gt;&lt;/strong&gt;&lt;/div&gt;
&lt;div align="justify"&gt;Che tradotto significa: meglio essere un cavallo sottoposto alle punture fastidiose delle mosche che non avere soldi per festeggiare adeguatamente il Martedì di Pasqua.&lt;/div&gt;
&lt;div align="justify"&gt;E’ questo il famoso detto popolare che meglio d’ogni altra cosa interpreta l’importanza che tutti i dasaesi danno a questa festa. E’ la festa più sentita dell’anno; è il giorno in cui ogni dasaese vorrebbe essere a Dasà e coloro che per qualsiasi motivo sono assenti, a mezzogiorno, per pochi istanti si bloccano nelle loro attività e volgono la loro mente ed il cuore all’&lt;em&gt;arco&lt;/em&gt; dove in quel momento la Madonna, di corsa su per la salita, va incontro al Cristo Risorto.&lt;/div&gt;
&lt;div align="justify"&gt;Se permettete vorrei cimentarmi a raccontare &lt;strong&gt;&lt;em&gt;‘a ‘Ncrinata&lt;/em&gt;&lt;/strong&gt; di una volta, cioè dei tempi in cui ogni rito, ad iniziare dal pomeriggio di lunedì, era stampato nella mente dei dasaesi in modo indelebile. Ogni anno, per tutti gli anni, ogni rito si svolgeva allo stesso modo nel rispetto delle tradizioni, della storia e dei nostri antenati; non c’era quindi alcuna possibilità di cambiamento nello svolgimento dei rituali che tutt’oggi stanno molto a cuore a noi dasaesi.&lt;/div&gt;
&lt;div align="justify"&gt;Lunedì pomeriggio alle quattro, il suono delle campane, della banda ed i fuochi d’artificio annunciavano al paese “&lt;strong&gt;&lt;em&gt;ca scindiru ‘a Madonna&lt;/em&gt;&lt;/strong&gt;”, cioè che la statua della Madonna è stata allestita con il manto celeste sotto a quello nero, fissata sulla vara e posizionata su una panca sotto “&lt;strong&gt;&lt;em&gt;u’ Paratu&lt;/em&gt;&lt;/strong&gt;” (baldacchino appositamente preparato, prima da Don Michele Valentino, alla sua morte dai figli Francesco e Domenico e poi da Nicola Manno). A questo richiamo, la Chiesa si riempiva pian piano di fedeli che fino a notte inoltrata si prodigavano in preghiere e canti di inni tradizionali: “&lt;strong&gt;&lt;em&gt;Ava tri notte chi no’ pucchjju suonnu…”, “Jamu pe’ visitare la Madonna&lt;/em&gt;&lt;/strong&gt;…”, etc….&lt;/div&gt;
&lt;div align="justify"&gt;Per sciogliere un voto fatto precedentemente, molte donne “&lt;strong&gt;&lt;em&gt;si passavanu a Fadda&lt;/em&gt;&lt;/strong&gt;”, ossia una originale corona del Rosario formata da un cordoncino bianco di seta o di cotone con 365 nodi. Questa corona veniva fatta artigianalmente a mano, con un nodo al giorno durante la recita dell’Ave Maria. L’operazione aveva inizio il 25 marzo (giorno dell’Annunziata) ed ovviamente richiedeva 365 giorni. Nel caso in cui, per qualsiasi motivo, ci si fosse dimenticati di fare il nodo anche un solo giorno, tutto il lavoro andava perso e bisogna ripartire l’anno successivo.&lt;/div&gt;
&lt;div align="justify"&gt;Passare “a fadda” significa quindi recitare l’Ave Maria per ben 365 giorni, uno per ogni nodo della coroncina.&lt;/div&gt;
&lt;div align="justify"&gt;Altro voto era quello di “&lt;strong&gt;&lt;em&gt;fare a nottata&lt;/em&gt;&lt;/strong&gt;”, ossia trascorrere la notte di lunedì in chiesa, insieme alla statua della Madonna, in preghiera e canto.&lt;/div&gt;
&lt;div align="justify"&gt;Martedì mattina una forte raffica di fuochi pirotecnici dà il via al suono dei tamburi e della banda che, in giro per il paese, davano inizio alla festa. Era tradizione che in questo giorno chiunque suonasse, con qualsiasi strumento, aveva diritto ad un compenso in denaro.&lt;/div&gt;
&lt;div align="justify"&gt;
&lt;p&gt;Dopo la Messa la statua della Madonna veniva portata a spalla dai confratelli del Rosario fin sul sagrato della Chiesa. Qui iniziavano gli incanti delle stanghe: un addetto con carta e penna apriva l’incanto, a voce alta. Una stanga per volta, iniziando da quelle anteriori, a seguire con le posteriori, si andava avanti per molto tempo visto il gran numero di dasaesi che dovevano sciogliere un voto o emigrati che rientravano appositamente per un voto fatto magari il lontano giorno dell’emigrazione.&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;&lt;a target="_blank" href="http://www.associazioneculturaledasaese.it/Portals/0/Foto/Gli_incanti.jpg"&gt;&lt;img height="283" alt="" width="200" align="left" border="0" src="http://www.associazioneculturaledasaese.it/Portals/0/Foto/Gli_incanti.jpg" /&gt;&lt;/a&gt;Oltre che sul sagrato della Chiesa, in altri quattro punti del percorso venivano rinnovati gli incanti: l’angolo della casa del barone Calcaterra; l’angolo della casa di Bruno Barba (&lt;em&gt;milano&lt;/em&gt;); l’angolo del negozio di Ciccio Licastro ed infine in via Calvario di fronte alla casa di Turi Cosentino (&lt;em&gt;Catarinuzza&lt;/em&gt;); quest’ultimo è considerato certamente il più importante perché gli assegnatari di questo incanto avevano il diritto a portare in spalla la statua durante “‘a ‘Ncrinata” per poi riportarla nella Chiesa della Consolazione la domenica successiva. Questi posti erano stabiliti da tempi immemorabili, che la leggenda narra essere i posti dove si fermò il carro che ha trasportato la statua quando nel 1483 arrivò a Dasà. In ognuno di questi posti le stanghe venivano consegnate dai precedenti assegnatari ai nuovi. Inoltre veniva effettuato anche l’incanto del manto nero, che pian piano negli anni, è diventato sempre più importante ed ambito. Questo posto era chiamato anche “&lt;strong&gt;&lt;em&gt;jabbasciu o’ surcu&lt;/em&gt;&lt;/strong&gt;” perché, di buon mattino, un incaricato con la zappa tracciava un piccolo solco nel punto in cui avrebbe dovuto svolgersi l’incanto. Nei tempi passati &lt;strong&gt;&lt;em&gt;‘u surcu&lt;/em&gt;&lt;/strong&gt; veniva considerato un luogo quasi sacro, tanto che molte promesse e giuramenti venivano fatti in questo luogo e nessuno si permetteva di smentirle.&lt;/p&gt;
&lt;/div&gt;
&lt;div align="justify"&gt;Finito l’incanto sul sagrato, iniziava la processione. Era questo uno dei momenti più emozionanti che, tra la statua che scendeva giù per la scalinata, il suono cupo “&lt;strong&gt;&lt;em&gt;d’ù tamburru scordatu&lt;/em&gt;&lt;/strong&gt;”, (ricordatevi il suonatore &lt;strong&gt;&lt;em&gt;“ Runca&lt;/em&gt;&lt;/strong&gt;”, prima il padre e poi il figlio), e il suono della marcia funebre, trasmetteva nei fedeli tanta commozione che in molti si trasformava in pianto.&lt;/div&gt;
&lt;div align="justify"&gt;Altro ex-voto era “&lt;strong&gt;&lt;em&gt;u’ Prisienti” &lt;/em&gt;&lt;/strong&gt;(il presente), ossia corone di pane con all’interno uova sode. Queste sistemate nelle ceste di vimini, riccamente addobbate con fiori, venivano portate sulla testa da volontarie, per tutta la processione e poi in Chiesa distribuite ai portatori delle statue.&lt;/div&gt;
&lt;div align="justify"&gt;“&lt;strong&gt;&lt;em&gt;Jabbaciu all’arcu&lt;/em&gt;&lt;/strong&gt;” è questo il luogo dove avviene ‘a ‘Ncrinata.&lt;/div&gt;
&lt;div align="justify"&gt;
&lt;p&gt;&lt;a target="_blank" href="http://www.associazioneculturaledasaese.it/Portals/0/Foto/Tra_gli_ulivi.jpg"&gt;&lt;img height="209" alt="" width="200" align="right" border="0" src="http://www.associazioneculturaledasaese.it/Portals/0/Foto/Tra_gli_ulivi.jpg" /&gt;&lt;/a&gt;Una volta lo scenario era molto diverso dall’attuale: c’erano soltanto alberi di ulivi secolari, senza case e al posto dell’arco c’era “ &lt;strong&gt;&lt;em&gt;u’ Carvariu&lt;/em&gt;&lt;/strong&gt;” dove tutti noi da bambini ci arrampicavamo perché permetteva una visuale migliore.&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;&lt;span&gt;Dopo che le confraternite si sono distribuite in fila indiana formando un cordone da ambo i lati per fare più spazio possibile, la statua di San Giovanni che, portata a spalla da una decina di confratelli dell’Immacolata, scende trotterellando fino alla curva e, in vista della Madonna, corre velocemente andandosi a posizionare al fianco con una manovra abbastanza pericolosa, ma ben eseguita dagli esperti portatori.&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;
&lt;/div&gt;
&lt;div align="justify"&gt;La tensione della gente è alle stelle; la commozione si legge su tutti i volti, principalmente sui portatori della statua della Madonna, che nel frattempo non sono più quattro, ma a questi se ne sono aggiunti altri per dare manforte.&lt;/div&gt;
&lt;div align="justify"&gt;
&lt;p&gt;&lt;a target="_blank" href="http://www.associazioneculturaledasaese.it/Portals/0/Foto/La_corsa_nella_curva_anno-1961.jpg"&gt;&lt;img height="136" alt="" width="200" align="left" border="0" src="http://www.associazioneculturaledasaese.it/Portals/0/Foto/La_corsa_nella_curva_anno-1961.jpg" /&gt;&lt;/a&gt;Ecco si parte, si inizia a correre, tra le urla ed i pianti della gente; le due statue corrono allineate fino alla curva, qui la corsa aumenta sempre di più; è uno sforzo terribile quello che fanno i portatori della Madonna: quelli davanti tirano, quelli di dietro spingono nella salita molto dura.&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;&lt;a target="_blank" href="http://www.associazioneculturaledasaese.it/Portals/0/Foto/La_corsa_nella_salita_anno-1961.jpg"&gt;&lt;img height="141" alt="" width="200" align="right" border="0" src="http://www.associazioneculturaledasaese.it/Portals/0/Foto/La_corsa_nella_salita_anno-1961.jpg" /&gt;&lt;/a&gt;Dietro le statue si è rotto il cordone e la gente: uomini, donne e bambini, alcune donne scalze, con le scarpe in mano, corrono dietro la Madonna, piangendo e urlando ed implorando e battendosi il petto. Sono pochissimi minuti, e sembra un’eternità. Ma ecco, alla fine della salita, la Madonna s’incontra con il Cristo, che contemporaneamente stava correndo verso di Lei; si bloccano uno di fronte all’altro, cade il manto nero dalle spalle della Madonna ed appare il manto azzurro che si confonde col cielo. La Madonna gira su se stessa, posizionandosi alla destra del Cristo, mentre contemporaneamente, San Giovanni, con un giro molto spettacolare dietro il Cristo, si posiziona alla sinistra di questi. Il cielo viene squarciato da raffiche intense e continue di fuochi pirotecnici, la banda suona marce allegre e festose, molta gente scoppia in un pianto travolgente davanti alla Madonna, mentre altri vi si inginocchiano e si abbracciano. E’ uno spettacolo commovente ed unico.&lt;/p&gt;
&lt;/div&gt;
&lt;div align="justify"&gt;&lt;a target="_blank" href="http://www.associazioneculturaledasaese.it/Portals/0/Foto/Verso_l_offerta.jpg"&gt;&lt;img height="200" alt="" width="200" align="left" border="0" src="http://www.associazioneculturaledasaese.it/Portals/0/Foto/Verso_l_offerta.jpg" /&gt;&lt;/a&gt;Finita ‘a ‘Ncrinata, con le statue sistemate a fianco del calvario, dopo del panegirico fatto dal Predicatore, si dava inizio alle offerte: &lt;strong&gt;&lt;em&gt;“i hjiuri ‘i cira”&lt;/em&gt;&lt;/strong&gt; offerti come ex-voto venivano posizionati a quattro angoli della vara, i soldi appesi ai gagliardetti, alcuni bambini svestiti davanti alla statua della Madonna con i vestiti appesi alle stanghe. Fino agli anni cinquanta, una nota di colore era costituita da un pastore, soprannominato &lt;strong&gt;“&lt;em&gt;u Pinnu&lt;/em&gt;”&lt;/strong&gt;, il quale portava davanti alle statue una capra con i soldi dell’offerta appesi alle corna.&lt;/div&gt;
&lt;div align="justify"&gt;&lt;a target="_blank" href="http://www.associazioneculturaledasaese.it/Portals/0/Foto/L_offerta.jpg"&gt;&lt;img height="135" alt="" width="200" align="right" border="0" src="http://www.associazioneculturaledasaese.it/Portals/0/Foto/L_offerta.jpg" /&gt;&lt;/a&gt;Un’altra singolare usanza era il cerimoniale che le due confraternite facevano durante la processione:&lt;span&gt; in questa occasione, secondo un concordato risalente al 1837, la confraternita dell’Immacolata precedeva le statue nel percorso dall’arco fino alla chiesa parrocchiale, dove avveniva il cambio delle posizioni; il sagrestano, che portava la Croce professionale, girava la mozzetta dell’abito, fino a quel momento azzurra, colore simbolo della confraternita dell’Immacolata, dall’altro lato, di colore rosso simbolo del Rosario. Da quel momento la confraternita del Rosario prendeva il posto dell’altra e quindi acquistava la precedenza, ossia procedendo subito davanti alle statue.&lt;/span&gt;&lt;/div&gt;
&lt;div align="justify"&gt;Durante il pranzo di ‘Marti i Pasca’, appunto perché era una festa speciale, era usanza fare il &lt;strong&gt;&lt;em&gt;“pro sit”&lt;/em&gt;&lt;/strong&gt;, ossia, all’ora di pranzo, con tamburo e grancassa, alcuni suonatori si soffermavano sotto i balconi delle abitazioni augurando a voce alta buona fortuna e prosperità alle famiglie. Naturalmente il padrone di casa ringraziava lanciando ai suonatori la meritata mancia, offrendo loro inoltre in strada un bicchiere di vino e frutta secca.&lt;/div&gt;
&lt;div align="justify"&gt;La giornata di festa si completava con la quéstua: giro del paese con la banda che suonava canzonette mentre i procuratori della festa raccoglievano le offerte in danaro.&lt;/div&gt;
&lt;div align="justify"&gt;Mi preme anche ricordare che la statua della Madonna della Consolazione veniva portata in processione soltanto: martedì di Pasqua; la domenica successiva, con il rientro nella sua Chiesa; sera del 30 aprile per l’inizio del mese mariano; l’ultima domenica di maggio, festa con tamburi, banda e fuochi , a chiusura del mese mariano, nell’occasione venivano fatte le prime Comunioni ai ragazzi.&lt;/div&gt;
&lt;div align="justify"&gt;Tutto questo succedeva una volta. Negli ultimi tempi purtroppo molte di queste usanze sono state modificate e chissà cosa ci riserva il futuro.&lt;/div&gt;
&lt;div align="justify"&gt;
&lt;p&gt;Con un po’ di nostalgia per le vecchie e buone tradizioni, auguro buona Pasqua a tutti.&lt;/p&gt;
&lt;/div&gt;
&lt;div align="justify"&gt;
&lt;p&gt;Peppi Giogà&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;&lt;a href="http://www.associazioneculturaledasaese.it/LinkClick.aspx?link=71&amp;tabid=66"&gt;Clicca qui per vedere i video di " 'a 'Ncrinata"&lt;/a&gt;&lt;/p&gt;
&lt;/div&gt;</description>
      <link>http://www.associazioneculturaledasaese.it/Blog/tabid/66/EntryID/25/Default.aspx</link>
      <author>info@associazioneculturaledasaese.it</author>
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      <pubDate>Sun, 12 Apr 2009 16:29:34 GMT</pubDate>
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    </item>
    <item>
      <title>'U ruaju</title>
      <description>&lt;div&gt;&lt;font face="Garamond" size="3"&gt;&lt;a target="_blank" href="http://www.associazioneculturaledasaese.it/LinkClick.aspx?link=86&amp;tabid=66"&gt;&lt;img height="146" alt="" hspace="5" width="200" align="left" border="0" src="/Portals/0/Gallery/Foto/FotoStoriche/Anni80_Ruaju3.jpg" /&gt;&lt;/a&gt;Una volta a Dasà era tradizione giocare &lt;strong&gt;&lt;em&gt;‘o ruaju&lt;/em&gt;&lt;/strong&gt;.&lt;/font&gt;&lt;/div&gt;
&lt;div&gt;&lt;font face="Garamond" size="3"&gt;Questo originale gioco aveva inizio circa quindici giorni prima di carnevale per terminare poi il martedì dopo carnevale (”&lt;strong&gt;&lt;em&gt;marti azata&lt;/em&gt;&lt;/strong&gt;”), giorno in cui tradizionalmente si appendevano salsicce e soppressata per farle essiccare.&lt;/font&gt;&lt;/div&gt;
&lt;div&gt;&lt;font face="Garamond" size="3"&gt;Fino agli anni ’60 e ‘70 la tradizione del gioco era molto sentita, mentre negli anni successivi è andata progressivamente a scomparire.&lt;/font&gt;&lt;/div&gt;
&lt;div&gt;&lt;font face="Garamond" size="3"&gt;Al gioco si partecipava a squadre di 3 o 4 componenti con regole precise lungo un percorso predefinito fin dalla notte dei tempi.&lt;/font&gt;&lt;/div&gt;
&lt;div&gt;&lt;font face="Garamond" size="3"&gt;Scopo del gioco era quello di riuscire a raggiungere la fine del percorso, lanciando &lt;strong&gt;&lt;em&gt;u ruaju,&lt;/em&gt;&lt;/strong&gt; prima della squadra avversaria.&lt;/font&gt;&lt;/div&gt;
&lt;div&gt;&lt;font size="3"&gt;&lt;font face="Garamond"&gt;A Dasà si giocava con una pezza di formaggio di pecorino stagionato (&lt;strong&gt;&lt;em&gt;'u ruaju&lt;/em&gt;&lt;/strong&gt;)&lt;/font&gt;&lt;font face="Garamond"&gt;, che i pecorai della zona preparavano per l’occasione. Nei paesi vicini invece si giocava con un pezzo rotondo di legno &lt;em&gt;(&lt;strong&gt;‘u ruaju i lignu&lt;/strong&gt;),&lt;/em&gt; attorcigliato ad una cordicella, ed era importante avere sufficiente forza per lanciarlo il più lontano possibile così da raggiungere prima il traguardo. Questo modo di giocare era detto &lt;strong&gt;“&lt;em&gt;o’ forte&lt;/em&gt;”.&lt;/strong&gt;&lt;/font&gt;&lt;/font&gt;&lt;/div&gt;
&lt;div&gt;&lt;font face="Garamond" size="3"&gt;A Dasà si giocava invece &lt;strong&gt;“‘&lt;em&gt;a paruta &lt;/em&gt;”&lt;/strong&gt; (la veduta). Per questo tipo di gioco era fondamentale una cartolina bianca, scelta dalle squadre prima dell’inizio, mediante la quale si giudicava o meno la validità dei lanci. &lt;/font&gt;&lt;/div&gt;
&lt;div&gt;&lt;font face="Garamond" size="3"&gt;Il percorso aveva inizio davanti all’attuale bar Racina, procedendo verso “l’arco” per poi risalire per via Calvario (una volta detta “&lt;em&gt;Resta&lt;/em&gt;”) e chiudere il percorso d’andata all’incrocio con via dei Trappeti. Da qui si ripartiva ripercorrendo il tracciato fino al punto di partenza. &lt;/font&gt;&lt;/div&gt;
&lt;div&gt;&lt;font face="Garamond" size="3"&gt;Qualora le squadre partecipanti si fossero aggiudicate una l’andata e l’altra il ritorno, si procedeva con lo spareggio ripercorrendo solo il percorso d’andata.&lt;/font&gt;&lt;/div&gt;
&lt;div&gt;&lt;font face="Garamond" size="3"&gt;In questo originale gioco, l’abilità dei giocatori consisteva non solo nel riuscire a lanciare il formaggio il più lontano possibile, ma, cosa più importante, anche nel fare in modo che tra il punto di lancio e quello di arrivo di &lt;strong&gt;&lt;em&gt;u ruaju&lt;/em&gt;&lt;/strong&gt; ci fosse collegamento visivo. Il compito di giudicare la validità dei lanci era affidata ad un arbitro nominato all’inizio della partita. Con un piede posizionato sul punto di lancio doveva giudicarne la validità o meno, ossia &lt;em&gt;“‘a paruta”&lt;/em&gt; (la veduta) della cartolina bianca che un giocatore avversario poggiava sulla pezza di formaggio. Quella dell’arbitro era un’operazione abbastanza controversa, perché spesso le squadre concorrenti non accettavano le sue decisioni generando a volte lunghissime discussioni. Dato che la sentenza positiva dell’arbitro era fondamentale per la prosecuzione del gioco, spesso era consigliabile fare un lancio corto piuttosto che fare un tiro lungo e rischiare di vederselo annullare perché “&lt;em&gt;non&lt;/em&gt; &lt;em&gt;para”(&lt;/em&gt;non si vede&lt;em&gt;).&lt;/em&gt; Questa regola molto restrittiva ed il percorso irregolare generavano una serie di tiri nulli. Un’altra regola, non scritta ma accettata da tutti, prevedeva che se il formaggio si fosse rotto, si sarebbe continuato a giocare con il pezzo più grande, se in buone condizioni, altrimenti con il pezzo di legno &lt;em&gt;(‘u ruaju i lignu).&lt;/em&gt; Molto curioso era l’atteggiamento dei bambini che, quando si rompeva il formaggio, facevano a gara per potersene accaparrare i piccoli pezzi caduti. &lt;/font&gt;&lt;/div&gt;
&lt;div&gt;&lt;font face="Garamond" size="3"&gt;La partita era vinta dalla squadra che, a parità di tiri, superava per prima la linea del traguardo. Qualora al superamento del traguardo entrambe le squadre avessero impiegato lo stesso numero di tiri, la partita era vinta dalla squadra che, con l’ultimo lancio, mandava il formaggio più lontano oltre la linea. La linea del traguardo era detta &lt;strong&gt;“u’ sarvu”&lt;/strong&gt; ed il termine utilizzato per chi la superava era &lt;strong&gt;&lt;em&gt;“sarvau”&lt;/em&gt;&lt;/strong&gt; (ha superato il traguardo).&lt;/font&gt;&lt;/div&gt;
&lt;div&gt;&lt;font face="Garamond"&gt;&lt;font size="3"&gt;&lt;strong&gt;&lt;em&gt;Jamu e ndi gustamu ‘o ruaju&lt;/em&gt;&lt;/strong&gt;: così si diceva in paese per tutto il periodo di carnevale; i luoghi lungo il percorso erano il ritrovo per gente di tutte le età che, con molta partecipazione, amavano assistere alle accanite sfide. &lt;/font&gt;&lt;/font&gt;&lt;/div&gt;
&lt;div&gt;&lt;font face="Garamond" size="3"&gt;Mi è stato riferito da Antonio Tripodi (mio suocero) che, negli anni ‘40, i giocatori più bravi erano considerati un signore chiamato “&lt;strong&gt;Portiaju”&lt;/strong&gt; (nonno del defunto Cola Leo) e &lt;strong&gt;Mastro Raffaele Cognetta&lt;/strong&gt; (abitava di fronte alla ex sartoria Maneli); negli anni ’50 si sono contraddistinti per abilità: &lt;strong&gt;“‘U Purvararu”&lt;/strong&gt; ( nonno di Pino Portaro, attuale presidente dell’A.C.D.) e &lt;strong&gt;“Pascale ‘i Donna Nuzza”&lt;/strong&gt;, poi emigrato e morto a Strambino. negli anni ‘60: &lt;strong&gt;Ciccio Minà, Mastru Pieppi Minà, Cienzu i Milanu, Brunu ‘i Vitrò, ‘Ntuani ‘i Rosanna &lt;/strong&gt;(Antonio tripodi tutt’ora vivente); negli anni ‘70: &lt;strong&gt;Brunu ‘i milanu, Turi ‘i catarinuzza, Cienzu ‘i Cola bomba, &lt;/strong&gt;ed altri. &lt;/font&gt;&lt;/div&gt;
&lt;div&gt;&lt;font face="Garamond"&gt;&lt;font size="3"&gt;L’aspetto più singolare e significativo di questo gioco che mi è stato riferito è che non c’è mai stata una lite grave durante il gioco d’u ruaju&lt;em&gt; &lt;strong&gt;(no’ s’acchjapparu mai).&lt;/strong&gt;&lt;/em&gt;&lt;/font&gt;&lt;/font&gt;&lt;/div&gt;
&lt;p&gt;&lt;span style="font-size: 12pt; font-family: 'Garamond','serif'"&gt;Alla prossima, Peppi Giogà&lt;em&gt;.&lt;/em&gt;&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;</description>
      <link>http://www.associazioneculturaledasaese.it/Blog/tabid/66/EntryID/21/Default.aspx</link>
      <author>info@associazioneculturaledasaese.it</author>
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      <pubDate>Wed, 18 Feb 2009 20:22:43 GMT</pubDate>
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    </item>
    <item>
      <title>Presepe Vivente a Dasà</title>
      <description>&lt;p align="justify"&gt;&lt;img height="200" hspace="5" width="150" align="left" vspace="5" border="0" alt="" src="/Portals/0/Blog/Presepe_Vivente_Blog_small.jpg" /&gt;Da venticinque anni l’Associazione Culturale Dasaese risponde sempre al richiamo delle tradizioni che con forza scandiscono il tempo del nostro paesino, nonostante le molte difficoltà di programmazione e realizzazione, in modo particolare quando queste convergono con l’espressione e la sfera affettiva relativa alla religione popolare molto radicata. &lt;br /&gt;
L’ACD, che proprio con queste iniziative sembra rinascere, inserisce tra le pieghe delle antichissime tradizioni nuovi appuntamenti come quello del Presepe vivente, che si va consolidando oramai da otto anni. &lt;br /&gt;
L’idea di San Francesco del 1223 d.c., e poi tramandata da pittori e scultori dalla meta del 1700, quando Carlo III di Borbone diffonde il presepe nel Regno di Napoli, inizia la sua fortuna popolare che si perpetua fino ai giorni nostri per rivivere nella pienezza l'essenza e lo spirito del Natale. &lt;br /&gt;
Anche a Dasà, dopo mesi di utili confronti e settimane di programmazione e giorni di duro lavoro, arriva concretamente con grande passione ed entusiasmo a materializzarsi l’idea di trasformare il nostro centro storico come le vie di Betlemme di 2000 anni fa. &lt;br /&gt;
E se la nostra Betlemme era finta, il vino, l’olio fresco locale, le curujicchjie, il pane caldo, le bruschette con formaggio, salame, ndujia e suriaca, e soprattutto le ricotte fresche fatte al momento dalle sapienti mani della famiglia Urzia e l'allegria offerti ai numerosi visitatori, non lo erano di certo. &lt;br /&gt;
Gli ospiti hanno potuto vivere l'evento in "full immersion", passeggiando fra le strette vie del borgo medievale, scenario impareggiabile, lasciando un tocco di pregevole originalità. &lt;br /&gt;
Il tutto supportato anche dalla nutrita schiera d’animali: pecore, agnelli, capre, maialini, asini, cavalli, tutto reale in un cotesto primordiale, che dava l’idea di quanto distante sia da noi quest’antico mondo, e messo in risalto dagli arcaici mestieri ben rappresentati: ‘u scarparu, u’ vasaiu, u’ ricottaru, u’ catuju cu’ vinu, ‘a vucata, u’ sapuni fattu in casa, u’ forgiaru, ‘u scarpellinu- ‘a pignata cu’ ‘a suriaca, così come pure u’ pana i casa e u’ ricamu. &lt;br /&gt;
Di notevole estro artistico le scene del palazzo d’Erode o quello dedicato ai Re Magi arricchito dai tanti mercatini di spezie, frutta di stagione, vasi in terra cotta e tessuti. &lt;br /&gt;
L’ACD è riuscita a coinvolgere cento persone tra attori e comparse, che insieme ai fari illuminati per le vie del nostro paesello, riescono a dare risultati clamorosamente insperati di spessore impensabile e imprevisto, dimostrando la capacità di scardinare e abbattere le pareti dell’immobilismo che s’impadronisce per molto tempo di alcune forze eccellenti del nostro paese. &lt;br /&gt;
La Betlemme nostrana accoglieva i visitatori da via Cavour, trasferendo in un tripudio di colori luce soffuse dalle fiaccole appese ai muri, odori provenienti dalla genuinità dei tipici prepararti e suoni profusi dall’immancabile e impareggiabile zampogna; suggestione questa che accompagnava gli ospiti fino ad impattare nella nostra piazza, per l’occasione trasformata in querceto, alberi trapiantati, sparsi a ricoprire ogni angolo dello spiazzo e in cima alla scalinata con sapiente gusto artistico la capanna della Natività, curata nei minimi particolari. &lt;br /&gt;
Tutto stimolava a riflettere sul significato del Natale e della Sacra Famiglia: In Cristo la salvezza è offerta a “uomini di ogni tribù, lingua popolo e nazione” (Ap 5,9). Tutti i popoli guardano a Lui, Re delle genti. L’universalità della salvezza in Cristo è sottolineata dai Magi, primi rappresentanti di quei pagani ai quali essa viene offerta. Gesù è il Salvatore anche di chi non lo conosce o non lo riconosce, e i cristiani sono chiamati all’apertura, alla solidarietà gratuita, al rispetto di ogni persona e di ogni cultura. &lt;br /&gt;
Da questa positiva presa di consapevolezza l’ACD può garantire che Il presepe vivente sarà ampliato e curato meglio in ogni dettaglio, sempre consapevole che ciò che s’è fatto è sempre punto di partenza per migliorarsi e raffinarsi. Questo è il nostro impegno perchè crediamo si tratti di un'iniziativa importante pure ai fini della valorizzazione del nostro centro storico. C'è molto entusiasmo soprattutto nei ragazzi che, con creatività ed impegno, hanno saputo dar vita ad un importante momento di aggregazione e collaborazione: concetti, questi, che stavano scomparendo nella nostra comunità. &lt;br /&gt;
La manifestazione ha avuto il pregio di riunire in un unico grande momento la comunità tutta: Scuola, Comune, Parrocchia, Museo del Dialetto da cui ci aspettiamo una più incisiva ed energica partecipazione per le prossime manifestazioni. &lt;br /&gt;
Completo con i ringraziamenti a tutti coloro che hanno voluto immergersi in questa magica avventura, a chi mi ha dato la possibilità di viverla in prima persona e chi, e sono tanti, mi sono stati vicino nei momenti di sconforto; tutti loro mi rendono orgoglioso di essere nato a Dasà. &lt;br /&gt;
Infine un grazie a chi a voluto visitare il nostro Presepe Vivente, vi aspettiamo ancora più numerosi il prossimo anno.&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;Il Presidente dell'A.C.D.&lt;br /&gt;
Pino Portaro&lt;/p&gt;</description>
      <link>http://www.associazioneculturaledasaese.it/Blog/tabid/66/EntryID/19/Default.aspx</link>
      <author>info@associazioneculturaledasaese.it</author>
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      <pubDate>Wed, 31 Dec 2008 15:04:50 GMT</pubDate>
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    </item>
    <item>
      <title>Notte di San Lorenzo a Dasà</title>
      <description>&lt;p&gt;&lt;img height="134" alt="" hspace="3" width="200" align="left" src="/Portals/0/Blog/San_Lorenzo.JPG" /&gt;La festa di San Lorenzo a Dasà non è passata inosservata. &lt;br /&gt;
Merito dell’Associazione Culturale Dasaese, strutturata di persone che, aldilà del colore politico, o convinzione religiosa, identità culturale, sociale e per molti, non più in giovanissima età, con un vincolo sentimentale legato a questo paese, agisce da organo rotante a tutte le iniziative che si succedono nel corso dell’anno e soprattutto dell’agosto dasaese; il tutto grazie anche al contributo di chi, emigrante, rientra dopo un anno al paese. &lt;br /&gt;
L’Associazione Culturale, mossa da principi fondativi, ha colto in pieno uno dei cardinali scopi per cui si è costituita 25 anni fa, ossia quello di promuovere e valorizzare il patrimonio naturale, ambientale, artistico, culturale, storico e religioso del territorio di Dasà.&lt;br /&gt;
&lt;strong&gt;“Serenata sotto le stelle”&lt;/strong&gt;, questo è stato il timone che ha sensibilizzato e guidato i Dasaesi ad incontrarsi, numerosissimi, la notte del 10 Agosto scorso, in località San Lorenzo, luogo storico dove sorge una chiesetta costruita sui resti del Monastero Basiliano. &lt;br /&gt;
Un luogo infagottato da uliveti, ma soprattutto impreziosito da quattro giganteschi e meravigliosi pini ultra secolari, che danno riparo con la loro ombra a quattro cannoni datati 1915/18, reperti storici, oramai purtroppo in rovina, erosi dalla ruggine. &lt;br /&gt;
Terrazzo congenito, dove sono stati allestiti i tavolini con le sedie per meglio centellinare la piacevolezza della serata. &lt;br /&gt;
Un favoloso balcone illuminato dalle fiaccole, ai lati del percorso piccoli lumini a terra, sistemati finemente in modo artistico, per non intralciare il bagliore delle stelle, ponendo bene in vista il paese assopito aldilà del fiume Petriano, ai piedi di Maguli, dando vita ad uno scenario perfetto per una serata così prodigiosa. &lt;br /&gt;
Il seducente veglione, giusto il tempo di assaporare le gustose delizie dolciarie offerti dalla storica pasticceria ”Cognetta” di Dasà (sponsor della serata), riguadagna il distacco dalla realtà, riportandoci nel mondo delle favole e giungendo al culmine con l’ingresso a sorpresa dei Menestrelli, che nello stupore generale arrivano con un dolce suono di chitarre, fisarmoniche e mandolini ad incorniciare una serata già incantevole. &lt;br /&gt;
In questa cornice, per completare l’opera, non poteva mancare la mano di un pittore, che lasciando da parte oli, pennelli, colori e dando sfogo alla sua poliedrica fantasia artistica riesce a dipingere con le parole del cuore; la musica diviene così il pennello dell’anima, impreziosendo questi momenti in modo elegante ed ineccepibile. Per l’occasione il nostro Mike Arruzza, artista indiscusso, ha composto quattro brani, dove è riuscito a condensare la sua sapiente arte. &lt;br /&gt;
La sensibilità di Mike, attraverso il testo e la musica del primo brano “&lt;a href="http://www.associazioneculturaledasaese.it/LinkClick.aspx?fileticket=ShCHyhErUSg%3d&amp;tabid=66"&gt;Torna a Dasà&lt;/a&gt;”, ci riporta indietro lontano nel tempo ai ricordi malinconici della gioventù. &lt;br /&gt;
In vernacolo con “&lt;a href="http://www.associazioneculturaledasaese.it/LinkClick.aspx?fileticket=VWMWAKX6qLw%3d&amp;tabid=66"&gt;Serenata Disperata&lt;/a&gt;”, si rivolge al suo amore perduto, attraverso il più classico dei mezzi di comunicazione di quei tempi, oramai nostalgicamente consumato, ossia la serenata. “Dolce terra d’amore dolce terra di incanto” scrive Mike nel terzo brano, “&lt;a href="http://www.associazioneculturaledasaese.it/LinkClick.aspx?fileticket=WURkbgiiHFg%3d&amp;tabid=66"&gt;Serenata a Dasà&lt;/a&gt;”.&lt;br /&gt;
Non poteva certo mancare nella sua infinita ed elegante ispirazione un’epigrafe a “&lt;a href="http://www.associazioneculturaledasaese.it/LinkClick.aspx?link=&amp;tabid=66"&gt;San Lorenzo&lt;/a&gt;” meravigliosa località storica che i Dasaesi hanno potuto riscoprire con questa manifestazione. &lt;br /&gt;
La serata è proseguita per tutta la notte con le serenate storiche che i Menestrelli hanno interpretato con passione spannocchiando tutto il canzoniere, arricchito oggi dai canti popolari di Mike Arruzza. &lt;br /&gt;
Un grosso plauso va quindi ai Menestrelli, (Aldo Olivieri e Pasquale Giambino –Fisarmonica–; Orlando Vetere e Michele Jorfino –Chitarra–; Vincenzo Stramandinoli e Peppino Pagano –Mandolino–; Peppi Giogà, Franco De Marzo, Anello Gentile, Pino Urzia, Bruno Stramandinoli, Antonio Sette, –Voce–), che hanno saputo interpretare la serata in modo appropriato all’atmosfera suggestiva. &lt;br /&gt;
I promotori di questa incantevole iniziativa possono ritenersi fieri ed orgogliosi per aver creduto e sostenuto questa serata dedicata alle stelle cadenti e a San Lorenzo. &lt;br /&gt;
Tanti ringraziamenti all’A.C.D. per avermi fatto vivere uno dei momenti più belli e magici degli ultimi anni, che insieme alla storica sfilata delle spose, fantasticamente presentata il 13/08/2006, è riuscita nell’intento di farmi calare tra le pieghe di una realtà, che attinge nel tempo ispirazioni etiche e morali, riuscendo a coinvolgere intensamente tutti i Dasaesi. &lt;br /&gt;
Sentendo i commenti e le opinioni dei tanti convenuti ed osservando il compiacimento di chi ha voluto partecipare alla “Serenata Sotto le Stelle”, dico: “Grazie all’Associazione Culturale Dasaese, che riportandomi indietro nel tempo ha saputo levare il giallume a vecchi sentimenti e sfere affettive, che avevano l’apparenza di un lontano ricordo.” &lt;br /&gt;
Può sembrare anomalo o troppo nostalgico, ma mi chiedo, e chiedo a chi mi legge, se rievocando questo tipo di manifestazioni oggi interroghiamo il presente per avere risposte che appartengono al passato. &lt;br /&gt;
Comunque la pensiate, è sorprendente come questa filosofia riesce ad unirci, consentendoci (vedi giornata ecologica 2007 al Vecchio Mulino), di riappropriarci di uno dei posti più belli e suggestivi che Dasà con la sua storia ha ereditato.&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;Pino Portaro&lt;/p&gt;</description>
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      <author>info@associazioneculturaledasaese.it</author>
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      <pubDate>Sun, 17 Aug 2008 09:03:41 GMT</pubDate>
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      <title>La lavorazione del lino al mangano e al cardo</title>
      <description>&lt;p align="justify"&gt;&lt;a target="_blank" href="http://www.associazioneculturaledasaese.ithttp://www.associazioneculturaledasaese.it/LinkClick.aspx?link=84&amp;tabid=66"&gt;&lt;img height="154" width="200" align="left" border="0" alt="" src="http://www.associazioneculturaledasaese.ithttp://www.associazioneculturaledasaese.ithttp://www.associazioneculturaledasaese.ithttp://www.associazioneculturaledasaese.ithttp://www.associazioneculturaledasaese.ithttp://www.associazioneculturaledasaese.ithttp://www.associazioneculturaledasaese.ithttp://www.associazioneculturaledasaese.ithttp://www.associazioneculturaledasaese.it/Portals/0/Gallery/Foto/Lavorazione lino/thumbs/02_I covoni al sole.jpg" /&gt;&lt;/a&gt;Pubblichiamo il racconto di Peppi Giogà su quanto avvenuto nel pomeriggio di sabato scorso 5 luglio in piazza a Dasà: &lt;/p&gt;
&lt;p align="justify"&gt;"Nonostante il grande sacrificio a cui siamo stati obbligati, alle quattro del pomeriggio sotto un sole cocente in piazza a Dasà, perchè i locali del museo erano momentaneamente inagibili, alla fine siamo stati ripagati da uno spettacolo inedito. Il “Museo Del Dialetto” ha organizzato la dimostrazione della lavorazione del lino come avveniva nei tempi passati. Due anziane signore, assistite dagli organizzatori: Gianni Licastro, Mimmo Catania e Domenico Luzza, hanno ripercorso le varie fasi della lavorazione con dimostrazioni e racconti. &lt;br /&gt;
Il lino, seminato a novembre, fiorisce a primavera raggiungendo la piena maturazione, come il grano, nel mese di giugno; veniva quindi estirpato ed “ampratu” (steso) ad essiccare sull’aia. Dopo una decina di giorni, ormai secco, veniva &lt;a target="_blank" href="http://www.associazioneculturaledasaese.ithttp://www.associazioneculturaledasaese.ithttp://www.associazioneculturaledasaese.ithttp://www.associazioneculturaledasaese.ithttp://www.associazioneculturaledasaese.ithttp://www.associazioneculturaledasaese.ithttp://www.associazioneculturaledasaese.ithttp://www.associazioneculturaledasaese.ithttp://www.associazioneculturaledasaese.it/Portals/0/Gallery/Foto/Lavorazione lino/images/03_Battitura per togliere i semi.jpg"&gt;battuto con un bastone di legno per raccoglierne i semi&lt;/a&gt; che servivano per la semina successiva. Tagliate le radici, si raccoglieva a grandi fasci per essere messo a bagno nel torrente, in acqua corrente, perché diventi morbido. Trascorsi otto o dieci giorni, con condizioni di temperatura favorevoli, &lt;a target="_blank" href="http://www.associazioneculturaledasaese.ithttp://www.associazioneculturaledasaese.ithttp://www.associazioneculturaledasaese.ithttp://www.associazioneculturaledasaese.ithttp://www.associazioneculturaledasaese.ithttp://www.associazioneculturaledasaese.ithttp://www.associazioneculturaledasaese.ithttp://www.associazioneculturaledasaese.ithttp://www.associazioneculturaledasaese.it/Portals/0/Gallery/Foto/Lavorazione lino/images/02_I covoni al sole.jpg"&gt;si esponeva quindi al sole legato a piccoli mazzi&lt;/a&gt;, a mò di covoni, per favorirne la definitiva esseccazione. &lt;br /&gt;
Questa la prima fase ci è stata naturalmente solo raccontata in quanto i mazzetti di lino erano già stati preparati in anticipo e portati in piazza pronti per la lavorazione. &lt;br /&gt;
La dimostrazione vera e propria è iniziata con la &lt;em&gt;&lt;strong&gt;&lt;a href="http://www.associazioneculturaledasaese.ithttp://www.associazioneculturaledasaese.ithttp://www.associazioneculturaledasaese.ithttp://www.associazioneculturaledasaese.ithttp://www.associazioneculturaledasaese.ithttp://www.associazioneculturaledasaese.ithttp://www.associazioneculturaledasaese.ithttp://www.associazioneculturaledasaese.ithttp://www.associazioneculturaledasaese.it/Portals/0/Gallery/Foto/Lavorazione lino/images/05_Manganatura del lino.jpg"&gt;manganatura&lt;/a&gt;&lt;/strong&gt;&lt;/em&gt;, che ha visto le due &lt;a target="_blank" href="http://www.associazioneculturaledasaese.ithttp://www.associazioneculturaledasaese.ithttp://www.associazioneculturaledasaese.ithttp://www.associazioneculturaledasaese.ithttp://www.associazioneculturaledasaese.ithttp://www.associazioneculturaledasaese.ithttp://www.associazioneculturaledasaese.ithttp://www.associazioneculturaledasaese.ithttp://www.associazioneculturaledasaese.it/Portals/0/Gallery/Foto/Lavorazione lino/images/04_Al mangano.jpg"&gt;signore battere il lino dentro il &lt;em&gt;“mangano”&lt;/em&gt;&lt;/a&gt;. E’ un lavoro molto duro che richiede molta fatica e metodo in quanto bisogna far sì che gli steli del lino si aprano e si amalgamino insieme, formando una massa uniforme. Per questo motivo, in passato, questo lavoro veniva effettuato nel tardo pomeriggio dopo aver lasciato i fasci stesi al sole per tutta la giornata. Ciò consentiva alle donne di dedicarsi ai lavori in campagna durante il giorno per poi mettersi al mangano di sera durante le ore più fresche. A questo proposito, in passato si usava in senso ironico un detto: &lt;em&gt;”Oh, tu chi vieni di su’ metari, rifriscati a stu’ manganu”&lt;/em&gt; (oh, tu che ritorni dalla mietitura (del grano), rinfrescati a questo mangano). &lt;br /&gt;
La fase successiva prevede la pettinatura al &lt;em&gt;&lt;a target="_blank" href="http://www.associazioneculturaledasaese.ithttp://www.associazioneculturaledasaese.ithttp://www.associazioneculturaledasaese.ithttp://www.associazioneculturaledasaese.ithttp://www.associazioneculturaledasaese.ithttp://www.associazioneculturaledasaese.ithttp://www.associazioneculturaledasaese.ithttp://www.associazioneculturaledasaese.ithttp://www.associazioneculturaledasaese.it/Portals/0/Gallery/Foto/Lavorazione lino/images/06_Il cardo.jpg"&gt;“cardo”&lt;/a&gt;&lt;/em&gt; dei fasci ricavati dalla manganatura. &lt;a target="_blank" href="http://www.associazioneculturaledasaese.ithttp://www.associazioneculturaledasaese.ithttp://www.associazioneculturaledasaese.ithttp://www.associazioneculturaledasaese.ithttp://www.associazioneculturaledasaese.ithttp://www.associazioneculturaledasaese.ithttp://www.associazioneculturaledasaese.ithttp://www.associazioneculturaledasaese.ithttp://www.associazioneculturaledasaese.it/Portals/0/Gallery/Foto/Lavorazione lino/images/07_La cardatura del lino.jpg"&gt;Questo trattamento&lt;/a&gt; permette di ottenere tre diverse qualità di lino: dalla prima pettinatura si ottiene &lt;a target="_blank" href="http://www.associazioneculturaledasaese.ithttp://www.associazioneculturaledasaese.ithttp://www.associazioneculturaledasaese.ithttp://www.associazioneculturaledasaese.ithttp://www.associazioneculturaledasaese.ithttp://www.associazioneculturaledasaese.ithttp://www.associazioneculturaledasaese.ithttp://www.associazioneculturaledasaese.ithttp://www.associazioneculturaledasaese.it/Portals/0/Gallery/Foto/Lavorazione lino/images/08_Lino cardato di prima scelta.jpg"&gt;lino di prima qualità&lt;/a&gt;, usato per la tessitura di lenzuola; successivamente se ne ricava una qualità un po’ più scadente, usato per la tessitura di coperte, mentre quello di scarsa qualità, ottenuto dall’ultima pettinatura, si utilizza per la tessitura di sacchi e tessuti scadenti. &lt;br /&gt;
A questo punto il lino, già pettinato, è pronto per &lt;a target="_blank" href="http://www.associazioneculturaledasaese.ithttp://www.associazioneculturaledasaese.ithttp://www.associazioneculturaledasaese.ithttp://www.associazioneculturaledasaese.ithttp://www.associazioneculturaledasaese.ithttp://www.associazioneculturaledasaese.ithttp://www.associazioneculturaledasaese.ithttp://www.associazioneculturaledasaese.ithttp://www.associazioneculturaledasaese.it/Portals/0/Gallery/Foto/Lavorazione lino/images/10_La filatura.jpg"&gt;la filatura&lt;/a&gt;. Viene quindi avvolto intorno alla “cunocchja” (conocchia o rocca), ossia un bastoncino di legno che rende più agevole l’azione del filatore. I filamenti del lino, sfilati lentamente con le dita inumidite, vengono attorcigliati accuratemente per creare un &lt;a target="_blank" href="http://www.associazioneculturaledasaese.ithttp://www.associazioneculturaledasaese.ithttp://www.associazioneculturaledasaese.ithttp://www.associazioneculturaledasaese.ithttp://www.associazioneculturaledasaese.ithttp://www.associazioneculturaledasaese.ithttp://www.associazioneculturaledasaese.ithttp://www.associazioneculturaledasaese.ithttp://www.associazioneculturaledasaese.it/Portals/0/Gallery/Foto/Lavorazione lino/images/09_Dalla cunocchja al fuso.jpg"&gt;cordoncino da avvolgere intorno al fuso&lt;/a&gt; e renderlo pronto per la tessitura. &lt;br /&gt;
Orgogliosi delle capacità artigiane dei nostri antenati, abbiamo assistito in piazza a questo meraviglioso evento grazie all’Associazione “Museo del Dialetto”. Purtroppo però abbiamo dovuto anche constatare la scarsa partecipazione di pubblico. Sarà stato per il caldo eccessivo, per l’orario inappropriato o la scarsa pubblicità, ma l’evento non ha riscosso il successo che meritava. Molto probabilmente se lo stesso fosse stato organizzato durante l’anno scolastico, coinvolgendo anche i ragazzi, avrebbe provocato maggiore interesse e curiosità tra i dasaesi. Pazienza, sarà per il prossimo anno."&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
&lt;em&gt;Peppi Giogà&lt;/em&gt; &lt;/p&gt;
&lt;p align="justify"&gt;Nella nostra galleria fotografica abbiamo pubblicato &lt;a target="_blank" href="http://www.associazioneculturaledasaese.ithttp://www.associazioneculturaledasaese.it/LinkClick.aspx?link=84&amp;tabid=66"&gt;le foto dell'evento&lt;/a&gt;.&lt;/p&gt;</description>
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      <author>info@associazioneculturaledasaese.it</author>
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      <pubDate>Tue, 08 Jul 2008 18:46:08 GMT</pubDate>
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