Ho vissuto da piccola la festa di Dasà come tutti i bambini, sentendo la magia di qualcosa che non potevo comprendere ma che era intrisa di mistero, senso del divino, festosità e che finiva con la grande tavolata attorno a cui ci si ritrovava insieme a zii, cugini a gustare cibi dai sapori indimenticabili e a condividere una sensazione calorosissima di famiglia allargata.
Allora erano ancora tutti vivi: i miei genitori, Vincenzo (Nino) Magnoli, Rosaria Tripodi (Rosareja ‘i Rosanna), la zia Maddalena, lo zio Nino Anzoise, Pietro, i miei fratelli, i miei cugini: che mondo ricco! Ricordo i profumi intensi che si espandevano nel paese, l’olio, il vino, i salumi conservati sott’olio, il pane dal forno della zia Maddalena. E i colori allegri delle ciambelle messe all’asta, degli stendardi con le banconote appese: Il banditore che passava per le strade ad annunciare la processione e poi la Banda….
Ho nuovamente assistito alla festa della ‘Ncrinata alla fine degli anni ’80: già cominciava a mancare qualcuno: lo zio Nino, mio padre…. Mia figlia era adolescente, le mie cugine erano diventate mamme……
Quella mattina, su un balcone da cui si poteva avere uno sguardo ampio sull’Incontro ho provato una profonda ed inaspettata emozione. Vedevo intorno a me persone intensamente coinvolte, sapevo che alcune non erano particolarmente credenti o praticanti eppure partecipavano all’incontro delle tre statue con le lacrime agli occhi. Perché?, mi sono chiesta, che cosa ci viene toccato nell’intimo di così profondo indipendentemente dalla religione praticata?
Naturalmente non ho minimamente pensato di mettere in discussione il carattere sacro della rappresentazione, semmai le considerazioni che ne sono emerse la rendono, se è possibile, ancora più sacra nel senso che, a mio parere, questa rappresentazione parla direttamente al nostro inconscio e ci offre una possibilità di conforto e consolazione in tutte le situazioni della nostra vita che ci vedono alle prese con distacchi da persone a noi care.
Credo che non sia un caso che una Rappresentazione sacra come quella di Dasà si sia conservata nel tempo: purtroppo è un paese in cui i distacchi sono storicamente molto frequenti: l’emigrazione ha visto partire e continua e veder partire legioni di persone, lasciando ferite vive in chi rimane.
Ma in chi rimane, come in chi vive altrove, i distacchi fanno parte integrante della vita: i figli diventano grandi ed in certi momenti appaiono “estranei” ai loro genitori che hanno la sensazione o la paura di averli persi. Ognuno di noi, attraversando le varie tappe del ciclo vitale, si ritrova in alcuni momenti in difficoltà a riconoscersi, si sente “estraneo” a se stesso. Non parliamo poi dei distacchi dolorosi dalle persone care che ci lasciano definitivamente, confrontandoci col sentimento profondo di perdita definitiva.
Nel momento in cui S. Giovanni annuncia a Maria che il Figlio è vivo e Lei corre ad incontrarLo e Lo ritrova vivo, negli spettatori corre un brivido, una profonda commozione, ci si “con – muove”, contemporaneamente qualcosa si muove in ognuno: è la partecipazione inconscia e profonda ad un ri-incontro che ognuno di noi si augura ed in alcune situazioni sperimenta con le persone per noi importanti. L’emigrante che torna al paese, o che da lontano partecipa, oramai in diretta via internet, alla vita dei propri cari rimasti in paese; i genitori che, dopo una fase di crescita, magari difficile, del proprio figlio, lo ri-trovano un po’ diverso, più grande e riprendono il cammino (come Cristo e la Madonna) in una relazione nuova da genitore e figlio adulto. E infine ognuno di noi, addolorato per la perdita terrena di persone care, oltre a sperare di poterle rincontrare in un’altra dimensione, ritrova aspetti significativi, investiti di valore, di quelle persone e le rimette in circolo in modalità nuove ma che permettano di mantenerne il ricordo e il valore storico.
Ogni anno è un’occasione per rivivere questi sentimenti, ogni anno ognuno si ritrova a dire addio a parti di sé passate per poter dare spazio a parti di sé nuove che però comprendano rielaborazioni e memoria delle esperienze fatte.
Credo che in questo senso voi a Dasà vi stiate movendo e per questo vi stimo moltissimo: mantenere le tradizioni non solo religiose ma anche gastronomiche, agricole, culturali è il modo per tenere vive le tradizioni, la storia, il risultato del lavoro dei nostri Avi.
Vi sarò sempre vicina, Raffaella