Tanti visitatori e studiosi nel corso dei secoli si sono interessati ai due monasteri basiliani di Ciano e di Dasà. Mi limito a menzionare gli studiosi più recenti e conterranei, che si sono occupati soprattutto del convento di Ciano, ma anche dell’altro sito basiliano di San Lorenzo di Dasà. Primo fra tutti il colonnello medico Raffaele Palmieri di Dasà, che a Napoli, dove viveva e lavorava, nei ritagli di tempo, coltivava la passione degli studi per il “natio loco”. Poi il medico Francesco Poerio di Arena, che vive a Busto Arsizio, studioso eclettico, critico letterario e d’arte; tra l’altro ha scritto una “Storia di Arena” ancora inedita. Inoltre il defunto ingegnere Francesco Principato di Dinami, che in un capitolo della sua opera “Nella mia Calabria con la macchina del tempo”, complessivamente valida, si occupa dei due monasteri basiliani di Ciano e di Dasà. Ancora Giuseppe Crocenti nel suo libro “La valle del Marepotamo” parla qua e là dei due succitati conventi. Altro studioso di rilievo è il vibonese Vito Capialbi, che nella sua opera “Memorie delle tipografie calabresi” si dilunga a parlare soprattutto del monastero basiliano di Ciano. Per ultimo, ma non per importanza, mi piace menzionare il dott. Vincenzo Farina di Dasà, anch’egli medico, appassionato di queste anticaglie.
La presenza bizantina nella Calabria centromeridionale durò a lungo (dal VI aIl’XI sec.d.C.), ossia dal 553 (termine della guerra greco-gotica) fino al 1050 - 1070, quando iniziò la rapida conquista della regione da parte dei Normanni. I Bizantini non ebbero vita facile con le guerre continue a nord con i Longobardi, che arrivarono fino a Cosenza, e le incursioni e le conquiste da parte degli Arabi a partire dal sec. IX. Pertanto segni indelebili ha lasciato in Calabria la dominazione bizantina.
Intensissima fu l’attività del monachesimo basiliano e fu tutto un fiorire di eremi e cenobi. In varie ondate, spinti dagli eventi esterni, molti monaci giunsero nella nostra regione dall’oriente e dalla Sicilia e fondarono parecchi conventi; alcuni sorsero pure per l’attivismo di mistici locali. Con l’arrivo dei Normanni iniziò una lenta e lunga opera di “riconquista” sotto la chiesa di Roma; la nuova latinizzazione della Calabria, con l’organizzazione delle diocesi, la costruzione di monasteri (vedi certosa di Serra) ecc... non ebbe sosta fino alla completa egemonia sotto il papa cattolico. Comunque il declino della presenza bizantina fu lento, ma inarrestabile e il basilianesimo durò grosso modo nella maggior parte dei casi, con alterne vicende, fino alla fine del 1700.
Nella nostra zona esistevano due conventi basiliani: quello di Ciano (il più importante) e quello di Dasà. Circa la querelle se sia sorto prima il monastero di Ciano o quello di S. Lorenzo di Dasà, ancora una parola definitiva non si può pronunciare, tuttavia penso che forse abbia ragione il Farina nel ritenere quello di Dasà come un’emanazione del convento di Ciano e quindi posteriore (risalirebbe agli inizi del 1200). Crocenti ed altri storici locali danno invece la primogenitura a Dasà. Sulla fondazione del convento di S. Lorenzo, purtroppo, non esiste finora una documentazione attendibile. Scrive Crocenti: ”Scarne ed insicure sono le testimonianze che lo riguardano. Si sa di esso che fu fondato intorno al mille e che era dotato di vasti beni e di altrettanto vasta giurisdizione. I Basiliani lo fondarono ai piedi della collina su cui i Normanni poi costruirono la loro fortezza di Arena, in posizione quanto mai salubre ed amena. Questi cenobiti lasciarono impronta notevole della loro opera, poiché alla Valle, per la quale furono unico faro finché in Arena non si stabilirono i Normanni, diedero quella impronta greca che è evidente nella onomastica e toponomastica. I centri urbani e rurali ebbero tutti un nome greco e greci furono i nomi delle piante e delle opere dell’uomo S. Lorenzo si estinse nella 2” metà del Settecento e fino al 1739 erano sue Grange, Santa Chiara di Monteleone (Vibo V.), S. Maria di Moladi e S. Maria di Serrata”.
Ecco ora cosa scrive Enzo Farina nella citata relazione a proposito del convento di S.Lorenzo: “La figura carismatica e le opere di questo abate (S. Pietro Spina) accrebbero la fama del convento (di Ciano) che ben presto divenne troppo angusto per poter accogliere altri novizi. Nacque, probabilmente, così l’idea di fondarne un altro a poca distanza, su un rilievo nei pressi di Dasà. Il primo abate di questo convento fu S. Lorenzo che, come sembra (vedi Capialbi “Memorie delle tipografie calabresi“; Manoscritti di R. Palmieri; Opere di A. Agresta), aveva fatto il noviziato da S. Pietro Spina. Ci sentiamo, pertanto, di affermare che l’insediamento di Dasà (contrariamente a quanto sostenuto dal Crocenti e da altri storici) fu posteriore a quello di Ciano (inizi XIII secolo). Come quest’ultimo, godette dei favori e delle elargizioni dei Concublet di Arena. S. Lorenzo, nato probabilmente a Dasà verso la fine del 1100, visse anch’ egli “santamente“ insieme ai suoi compagni che, come riferisce Apollinare Agresta (abate generale dell’ordine basiliano) morirono da martiri . L’autore non riporta l’epoca, né la causa del martirio, ma è probabile che i martiri basiliani di Dasà siano caduti per mano dei Saraceni in qualcuna delle tante incursioni. A tal proposito c’è da citare una notizia (non confermata da prove) secondo cui, in occasione di scavi eseguiti verso il 1926 sull’area dove sorgeva il convento basiliano sarebbero stati rinvenuti degli scheletri umani privi di teschio. Da qui l’ipotesi che si potesse trattare dei resti mortali di S. Lorenzo e dei suoi seguaci, essendo nota la macabra consuetudine dei Saraceni di decapitare le proprie vittime portandone via la testa come trofeo”.
A parte la discordanza delle date, è evidente che il monastero, fu fondato prima del centro abitato di Dasà (tuttavia su ciò è bene andare cauti). Tutte comunque rimarcano l’importanza del convento di S. Lorenzo nella nascita e sviluppo di Dasà. Il padre basiliano Apollinare Agresta, vissuto nel 1600 scrisse una famosa “Vita di S. Basilio Magno”e dice: “Sopra un promontorio presso alla Terra di Dasà, sorge l’Abbazia, appellata di S. Lorenzo similmente Monaco basiliano, che con altri suoi compagni, fece quivi vita cenobitica, e Santamente visse, e morì. Questo cenobio fu eretto dal suddetto Gran Conte di Arena, e dotato di grosse rendite”. Del monastero di S. Lorenzo di Dasà non si hanno molte notizie, contrariamente a quello di Ciano.
Voglio ora segnalare una brevissima storia del convento di S. Lorenzo, probabilmente scritta nel 1800 o al massimo agli inizi del 1900. Il manoscritto purtroppo è anonimo, ma propendo a pensare, dall’esame del testo, che l’autore sia stato un dasaese illustre. Un altro riferimento importantissimo a un S. Lorenzo si trova in un preziosissimo documento, che noi possediamo in copia e che è conservato nello Archivio Caracciolo di Arena. Si tratta della Lettera del re Carlo I di Angiò a Paolo di Botonto, Mastro Portolano e Procuratore di Calabria e del contado di Arena nell’anno 1273. Ecco cosa scrive l’ignoto autore del manoscritto su S. Lorenzo: “Carlo d’Angiò che, sconfitto Riccardo signore d’Arena e condottolo prigioniero a Trani scriveva a Paolo di Botonto, facendogli una specie d’inventario dello stato di Arena, ci dà fra le altre rendite quella proveniente dal forum S. Laurentii e che deve riferirsi al cennato convento per il fatto che in Arena non esisteva altra chiesa, né piazza, né fiera denominata a tale santo”. La citazione esatta è la seguente: ”Jura fori San Laurentii pro uncia auri una” (i diritti del sito di S. Lorenzo per un’oncia d’oro). Chiaramente, pur dando per buone tutte le considerazioni del nostro illustre sconosciuto, noi non abbiamo la sicurezza che si tratti del convento di S. Lorenzo perché il termine che usa il documento è “fori” (piazza) e non “coenobium”. Non c’è traccia del convento di S. Lorenzo nelle varie visite pastorali che periodicamente venivano compiute nei monasteri basiliani: non ne parla nè il Chalkèopoulos, che visitò i conventi tra il 1457 e il 1458, né il Terracina nel 1551. Probabilmente le visite ci sono state, ma i resoconti si sono perduti. Il monastero invece è ben descritto nella bellissima relazione dell’Apprezzo della “stato di Arena” fatto dal tavolaro Pietro de Marinis nell’anno 1653.
Egli scrive: “Per quello che spetta allo spirituale, prima di arrivare in detto casale (Dasà), sopra una collinetta, ove è un monastero di monaci di S. Basilio Magno, sotto il titolo di S. Lorenzo Martire, ove vi dimorano due sacerdoti, due laici, consistente in una chiesa piccola, in celle, dormitorio, e cortile: tiene d’entrate per l’Abb. Commendatore in Roma, e la mensa monastica docati 160, i quali pervengono da oliveti, e censi da diversi territori nello stato di Monteleone”. Un bel rendiconto è quello che ci dà Augusto Placanica. Un capitolo del suo libro: “Il patrimonio ecclesiastico calabrese nell’età moderna è dedicato alle “Visite canoniche ai monasteri basiliani di Calabria (1767-1772)”. Tali documenti egli li ha trovati all’Archivio di Stato di Catanzaro. La visita più importante è quella del 1767 e fu condotta da padre Giuseppe Muscari, abate del monastero di santa Maria de Trigona. Della visita a Ciano non restano documenti. Ecco cosa si legge della situazione di S. Lorenzo nel 1767 a11e pp. 309-311: “Emanati precisi ordini per riparare alla situazione, il P. Muscari si trasferì ad Arena. Qui il monastero di San Lorenzo si trovava in condizioni piuttosto gravi:il Visitatore Le proprietà del convento di San Lorenzo sono più dettagliatamente descritte da Francesco Principato nella citata opera: “Anche ragguardevole era il patrimonio di San Lorenzo di Arena o di Dasà era costituito principalmente da rendite in danaro per fondi siti nei territori di Arena, Moladi, Vazzano, Dasà, Acquaro, Semiatori, Pizzoni, Soriano; da rendita di censi bollari da due censuari residenti in Dasà; da censi in grano bianco percepiti da agricoltori di Semiatori, Acquaro, Arena, Bracciara, Limpidi, Gerocarne; da censi perpetui in olio ed altri generi dovuti da cittadini residenti in Dasà, Arena, Pronia, Acquaro; da piante varie di olivo disseminate in poderi particolari. Il monastero possedeva ancora altri 16 fondi di diversa estensione. La vigna di S. Lorenzo, sita dietro le mura del Convento, fu venduta il 30 luglio 1787 per ducati 528 a Don Vincenzo Corrado e a Don Antonio Ruffo di Dasà (Archivio di Stato di Catanzaro, Liste di carico della Sacra, vol. II). Aggiungiamo a ciò, quanto dice l’anonimo estensore della storia di S. Lorenzo: Risulta infatti da altri documenti riportati in occasione di una lite fra l’Università di Arena ed il proprio marchese che Giovanni Salando (Scullando) Concubleth fece ampie donazioni al predetto cenobio, assegnandogli fra l’altro un mulino (molendinum Sibillio) che tuttora esiste, riedificato sulle rovine del vecchio mulino e che fa bella mostra di sé sul fiume Petriano a chi, prima di attraversare il ponte sullo stesso fiume, da Dasà si conduce ad Arena (molino cosiddetto di Cannatello)”. Circa la vita quotidiana del convento possiamo dire: i monasteri basiliani non avevano strutture architettoniche grandissime e massicce; il nostro convento aveva il pozzo per l’acqua, ma essa veniva pure prelevata, attraverso una strada di pietra a gradoni costruita dai monaci, dal sottostante fiume Petriano. Tale via era una delle strade di comunicazione tra Dasà e Arena; c’erano poi le “accorciature” (sentieri di terra stretti e a volte scoscesi attraverso i quali si abbreviava il cammino): una si inerpicava sulla collina di Santa Caterina, un’altra più giù dal mulino Sibilio saliva ad Arena. I servi e contadini che lavoravano le terre del monastero erano probabilmente sottoposti alle stesse dure prestazioni feudali, di cui abbiamo qualche interessantissima documentazione per l’analogo e vicino convento basiliano di Ciano. Ascoltiamo cosa dice ancora il nostro illustre sconosciuto “Prima del terremoto del 1783 il convento esisteva ancora, perché ne ha più volte fatto cenno nella cennata lite fra l’Università ed il marchese di Arena, a proposito appunto del cennato molino Sibilio, che in quell’epoca costituiva una eccezionale concessione, essendo tutti gli esercizi pubblici, compresi i mulini, di spettanza esclusiva dell’«utile» padrone della terra (cioè il marchese di Arena)“.
Il monastero di S. Lorenzo, come pure quello di Ciano, fu totalmente distrutto dal terribile terremoto del 1783. F. Principato nella sua “Storia dei tremuoti”, Napoli, 1783 dice che i quattro monaci di esso sopravvissero. Loro poi (è sempre il Principato ad asserirlo) “nel luogo dove sorgeva il monastero costruirono una baracca fabbricata con pietra e fango con dimensioni di palmi 36 x 26 (m. 9,50 x 6,86)”. Con il provvedimento governativo successivo della istituzione della Cassa Sacra, tendente alla requisizione dei beni ecclesiastici, le proprietà del convento di S. Lorenzo furono vendute ai privati.
Abbiamo visto che la località S. Lorenzo fu acquistata da un Corrado e Ruffo di Dasà e poi, probabilmente, fu tutta rilevata dai Corrado. La località S. Lorenzo attraversò poi un lungo periodo di oltre un secolo di scarso rilievo e quasi di oblìo (a parte la leggenda del tesoro de i briganti). Dopo la prima guerra mondiale e l’avvento del fascismo, nel clima di eccessiva esaltazione nazionalistica a seguito della vittoria, S. Lorenzo tornò di nuovo in auge perché fu creato il Parco mandamentale delle Rimembranze, per merito soprattutto del prof. Gaetano Corrado. Ma, per capire meglio, facciamo un passo indietro: l’illustre prof. Gaetano Corrado, nato a Paglieta o Paglietta (Chieti) in Abruzzo, laureatosi in medicina all’università di Napoli dove percorse, per merito della sua scienza, gli alti gradi della carriera accademica, fu fondatore a Cagliari, dove insegnò, dell’Istituto di medicina legale della Regia Università. Poi divenne professore di medicina legale all’Università di Napoli dal 1895 al 1932 e qui fondò il Museo di medicina legale, che custodisce, tra l’altro, le sue invenzioni. 11 Prof., Gr. Uff. (così è detto nell’atto notarile), grande ufficiale, moriva a Napoli nel 1935. Suo padre Dr. Giuseppe Corrado (chiamato nell’atto notarile dott. cav.) era nato a Dasà nel 1832 si trasferì poi in Abruzzo dove nacquero i suoi figli Gaetano, Garibaldi, Domenico e una sorella Antonietta. Quando la fama dell’emerito prof. Gaetano Corrado era ormai abbastanza diffusa, il consiglio comunale di Dasà, con un atto lungimirante e intelligente, gli concesse la cittadinanza onoraria: la deliberazione, a firma del sindaco Nicola Bruni, porta la data del 28 febbraio 1903. In quella occasione il Dr. Corrado venne a Dasà e fu accolto con tutti gli onori. Dopo la tragedia della prima guerra mondiale, il Ministero della Pubblica Istruzione emanò, nel dicembre 1922, norme per l’istituzione di viali e parchi della rimembranza (sorsero in questo modo i monumenti ai caduti nei vari paesi). Allora, soprattutto nel prof. Corrado e nei fratelli, maturò l’idea di onorare e compensare il paese di Dasà, del quale era oriundo, “al fine di lasciare imperituro ricordo della loro famiglia nei luoghi di origine ed anche per onorare così la memoria del loro comune genitore. La prima cosa e la più importante, pertanto, su cui si impegnò il prof. Corrado fu quella del Parco mandamentale delle Rimembranze a S. Lorenzo. La preclaretà del suo nome gli aveva consentito di avere agganci e conoscenze a livello governativo e ministeriale. Perciò egli riuscì a farsi mandare dal competente ministero quattro cannoni, residuati bellici della guerra 1915-18, strappati al nemico austro-tedesco (simili trofei di guerra si trovano pure in altri posti d’Italia). Esistono nell’archivio fotografico Palmieri di Dasà, tenuto da Pietro Corrado, le foto dei buoi che hanno trascinato i cannoni, credo, dalla strada fino alla località S. Lorenzo; abbiamo pure le foto della cerimonia inaugurale del parco, avvenuta il 13 giugno 1926, in presenza di autorità civili, religiose e militari e naturalmente del prof. Corrado; vennero le scuole e molti cittadini di Dasà e dei paesi limitrofi interessati. Su cinque pini marittimi già esistenti (i pini erano più di cinque, a quanto pare) piantati in passato dallo stesso prof. Corrado o dalla famiglia, furono applicate le lapidi contenenti le dediche ai caduti di Arena, Dasà, Acquaro e Dinami (un pino e una lapide per ogni comune suddetto); su un altro pino fu messa una lapide particolare dedicata a tutti i caduti d’Italia ed in particolare a quelli di Abruzzo, con menzione doverosa dei germani Corrado e dei loro genitori (Il loro padre Giuseppe Corrado era medico o farmacista e si sposò con una di Paglieta, forse conosciuta nel periodo universitario a Napoli e per questo si trasferì in Abruzzo). Fu inoltre stampata, sempre dal prof. Corrado, una cartolina illustrata perché più duraturo e incancellabile presso i posteri fosse il ricordo dell’evento.
Esiste ancora il telegramma che il generale Giardini, a nome di sua maestà il re Vittorio Emanuele III, inviò al prof. Gaetano Corrado il 14 giugno 1926 a Dasà in adesione alla manifestazione. La seconda cosa che fece il prof. Corrado fu la donazione del fondo S. Lorenzo alla Congrega del SS. Rosario di Dasà. L’atto notarile fu redatto a Napoli nel giugno 1939 nella casa della moglie del prof. Corrado (che era già morto), alla presenza del rappresentante dei Corrado di Abruzzo e del priore della Confraternita Misiti Ferdinando. Veramente già da qualche anno (forse dal 1932) la Congrega era stata immessa nel materiale possesso della proprietà suddetta. L’atto inoltre obbliga la confraternita” a mantenere aperto al pubblico (nei giorni e nelle ore che crederà) il parco delle rimembranze per i caduti di guerra fondato dai donanti e dal loro fratello Gaetano nel terreno di S. Lorenzo. Seguono poi altre prescrizioni. Pertanto i germani Corrado rispettarono in pieno la volontà del loro illustre fratello defunto. Quanto poi al perché i Corrado preferirono la congrega del Rosario non è ben chiaro; l’atto notarile dice “per onorare così la memoria del loro comune genitore”; dal che si potrebbe arguire o che questa era stata la volontà del padre o che la famiglia Corrado di quel ramo, a Dasà in passato, era stata iscritta a quella confraternita. C’è da notare inoltre (lo dicono ancora gli anziani) che per diversi anni il quattro novembre (una volta festa nazionale in onore dei caduti in guerra) si celebrò a S. Lorenzo alla presenza delle scuole. Nel 1952 fu costruita dalla confraternita, priore Domenico Ruffo, l’attuale chiesetta di S. Lorenzo (anche per ottemperare ad un altro obbligo della donazione). Non so se i lavori siano stati ultimati nello stesso anno, ma esiste il contratto di appalto tra la Confraternita e Ganino Pasquale di Dasà (una minuta 1’ho trovata a casa Ruffo; vedi Archivio della Congrega del Rosario). Però, a parte ciò, è seguito un altro lungo periodo di lento abbandono (basti vedere come sono stati ridotti i cannoni). Giova conoscere il passato di fronte al degrado, rapportato ai tempi, in cui versa il Sud da parecchi anni, specie in queste nostre zone interne. Nel meridione d’Italia abbiamo assistito, in questi ultimi anni, a quella che fu chiamata la “modernizzazione senza sviluppo”, che, pur in presenza di tanti risvolti positivi, è degenerata in uno stato assistenziale e delinquenziale.
Oggi è necessario costruire un diverso e migliore futuro sulle fondamenta della nostra storia, ereditandone i tanti lasciti utili, innescando cioè uno sviluppo secondo le nostre vocazioni e la nostra storia. Per il riscatto del Sud, io ne sono convinto, un ruolo decisivo deve svolgere la cultura. I beni culturali possono essere il nostro petrolio, insieme ad altre iniziative economiche e produttive. Io non capisco perché regioni come l’Umbria e la Toscana ad es., hanno fatto del loro patrimonio artistico fonte di reddito e di lavoro e noi certamente per quello che abbiamo, non possiamo fare lo stesso. E’ giunto il momento di far risplendere nuovamente e rivalutare questo sito di S.Lorenzo. Dobbiamo adoperarci inoltre per il recupero archeologico dei ruderi del convento. Leggo nella scheda fornitami da Corrado che “molte reliquie del luogo santo, rinvenute attraverso gli scavi, furono donate dalla famiglia Corrado ai musei di Napoli, fra cui la borraccia, un resto di abiti e la croce. Sotto la pietra dell’altare principale sarebbero stati sepolti i resti del Santo”. Enzo Farina parla di scheletri trovati negli scavi del 1926. L’Anonimo Cronista più volte citato dice che la leggenda del tesoro portò a S. Lorenzo nottetempo molte persone a scavare e a distruggere i ruderi del cenobio. Alcuni vassoi del convento sono custoditi dalla famiglia Corrado di Dasà; altri pezzi, probabilmente, saranno dai Corrado in Abruzzo; qualche reperto conserva la Congrega del Rosario; tanti altri potranno essere recuperati con degli scavi sistematici.


FRANCESCO ROMANO’ (1949)
Fotografie dell'archivio di Pietro Corrado
PS: chiunque fosse interessato al testo integrale dell'intervento del prof. Romanò potrà richiederlo al nostro indirizzo email info@associazioneculturaledasaese.it