“Miegghju mu si’ cavaju e m’hai ‘a musca ca nomm’hai dinari marti ‘i Pasca”.
Che tradotto significa: meglio essere un cavallo sottoposto alle punture fastidiose delle mosche che non avere soldi per festeggiare adeguatamente il Martedì di Pasqua.
E’ questo il famoso detto popolare che meglio d’ogni altra cosa interpreta l’importanza che tutti i dasaesi danno a questa festa. E’ la festa più sentita dell’anno; è il giorno in cui ogni dasaese vorrebbe essere a Dasà e coloro che per qualsiasi motivo sono assenti, a mezzogiorno, per pochi istanti si bloccano nelle loro attività e volgono la loro mente ed il cuore all’arco dove in quel momento la Madonna, di corsa su per la salita, va incontro al Cristo Risorto.
Se permettete vorrei cimentarmi a raccontare ‘a ‘Ncrinata di una volta, cioè dei tempi in cui ogni rito, ad iniziare dal pomeriggio di lunedì, era stampato nella mente dei dasaesi in modo indelebile. Ogni anno, per tutti gli anni, ogni rito si svolgeva allo stesso modo nel rispetto delle tradizioni, della storia e dei nostri antenati; non c’era quindi alcuna possibilità di cambiamento nello svolgimento dei rituali che tutt’oggi stanno molto a cuore a noi dasaesi.
Lunedì pomeriggio alle quattro, il suono delle campane, della banda ed i fuochi d’artificio annunciavano al paese “ca scindiru ‘a Madonna”, cioè che la statua della Madonna è stata allestita con il manto celeste sotto a quello nero, fissata sulla vara e posizionata su una panca sotto “u’ Paratu” (baldacchino appositamente preparato, prima da Don Michele Valentino, alla sua morte dai figli Francesco e Domenico e poi da Nicola Manno). A questo richiamo, la Chiesa si riempiva pian piano di fedeli che fino a notte inoltrata si prodigavano in preghiere e canti di inni tradizionali: “Ava tri notte chi no’ pucchjju suonnu…”, “Jamu pe’ visitare la Madonna…”, etc….
Per sciogliere un voto fatto precedentemente, molte donne “si passavanu a Fadda”, ossia una originale corona del Rosario formata da un cordoncino bianco di seta o di cotone con 365 nodi. Questa corona veniva fatta artigianalmente a mano, con un nodo al giorno durante la recita dell’Ave Maria. L’operazione aveva inizio il 25 marzo (giorno dell’Annunziata) ed ovviamente richiedeva 365 giorni. Nel caso in cui, per qualsiasi motivo, ci si fosse dimenticati di fare il nodo anche un solo giorno, tutto il lavoro andava perso e bisogna ripartire l’anno successivo.
Passare “a fadda” significa quindi recitare l’Ave Maria per ben 365 giorni, uno per ogni nodo della coroncina.
Altro voto era quello di “fare a nottata”, ossia trascorrere la notte di lunedì in chiesa, insieme alla statua della Madonna, in preghiera e canto.
Martedì mattina una forte raffica di fuochi pirotecnici dà il via al suono dei tamburi e della banda che, in giro per il paese, davano inizio alla festa. Era tradizione che in questo giorno chiunque suonasse, con qualsiasi strumento, aveva diritto ad un compenso in denaro.
Dopo la Messa la statua della Madonna veniva portata a spalla dai confratelli del Rosario fin sul sagrato della Chiesa. Qui iniziavano gli incanti delle stanghe: un addetto con carta e penna apriva l’incanto, a voce alta. Una stanga per volta, iniziando da quelle anteriori, a seguire con le posteriori, si andava avanti per molto tempo visto il gran numero di dasaesi che dovevano sciogliere un voto o emigrati che rientravano appositamente per un voto fatto magari il lontano giorno dell’emigrazione.
Oltre che sul sagrato della Chiesa, in altri quattro punti del percorso venivano rinnovati gli incanti: l’angolo della casa del barone Calcaterra; l’angolo della casa di Bruno Barba (milano); l’angolo del negozio di Ciccio Licastro ed infine in via Calvario di fronte alla casa di Turi Cosentino (Catarinuzza); quest’ultimo è considerato certamente il più importante perché gli assegnatari di questo incanto avevano il diritto a portare in spalla la statua durante “‘a ‘Ncrinata” per poi riportarla nella Chiesa della Consolazione la domenica successiva. Questi posti erano stabiliti da tempi immemorabili, che la leggenda narra essere i posti dove si fermò il carro che ha trasportato la statua quando nel 1483 arrivò a Dasà. In ognuno di questi posti le stanghe venivano consegnate dai precedenti assegnatari ai nuovi. Inoltre veniva effettuato anche l’incanto del manto nero, che pian piano negli anni, è diventato sempre più importante ed ambito. Questo posto era chiamato anche “jabbasciu o’ surcu” perché, di buon mattino, un incaricato con la zappa tracciava un piccolo solco nel punto in cui avrebbe dovuto svolgersi l’incanto. Nei tempi passati ‘u surcu veniva considerato un luogo quasi sacro, tanto che molte promesse e giuramenti venivano fatti in questo luogo e nessuno si permetteva di smentirle.
Finito l’incanto sul sagrato, iniziava la processione. Era questo uno dei momenti più emozionanti che, tra la statua che scendeva giù per la scalinata, il suono cupo “d’ù tamburru scordatu”, (ricordatevi il suonatore “ Runca”, prima il padre e poi il figlio), e il suono della marcia funebre, trasmetteva nei fedeli tanta commozione che in molti si trasformava in pianto.
Altro ex-voto era “u’ Prisienti” (il presente), ossia corone di pane con all’interno uova sode. Queste sistemate nelle ceste di vimini, riccamente addobbate con fiori, venivano portate sulla testa da volontarie, per tutta la processione e poi in Chiesa distribuite ai portatori delle statue.
“Jabbaciu all’arcu” è questo il luogo dove avviene ‘a ‘Ncrinata.
Una volta lo scenario era molto diverso dall’attuale: c’erano soltanto alberi di ulivi secolari, senza case e al posto dell’arco c’era “ u’ Carvariu” dove tutti noi da bambini ci arrampicavamo perché permetteva una visuale migliore.
Dopo che le confraternite si sono distribuite in fila indiana formando un cordone da ambo i lati per fare più spazio possibile, la statua di San Giovanni che, portata a spalla da una decina di confratelli dell’Immacolata, scende trotterellando fino alla curva e, in vista della Madonna, corre velocemente andandosi a posizionare al fianco con una manovra abbastanza pericolosa, ma ben eseguita dagli esperti portatori.
La tensione della gente è alle stelle; la commozione si legge su tutti i volti, principalmente sui portatori della statua della Madonna, che nel frattempo non sono più quattro, ma a questi se ne sono aggiunti altri per dare manforte.
Ecco si parte, si inizia a correre, tra le urla ed i pianti della gente; le due statue corrono allineate fino alla curva, qui la corsa aumenta sempre di più; è uno sforzo terribile quello che fanno i portatori della Madonna: quelli davanti tirano, quelli di dietro spingono nella salita molto dura.
Dietro le statue si è rotto il cordone e la gente: uomini, donne e bambini, alcune donne scalze, con le scarpe in mano, corrono dietro la Madonna, piangendo e urlando ed implorando e battendosi il petto. Sono pochissimi minuti, e sembra un’eternità. Ma ecco, alla fine della salita, la Madonna s’incontra con il Cristo, che contemporaneamente stava correndo verso di Lei; si bloccano uno di fronte all’altro, cade il manto nero dalle spalle della Madonna ed appare il manto azzurro che si confonde col cielo. La Madonna gira su se stessa, posizionandosi alla destra del Cristo, mentre contemporaneamente, San Giovanni, con un giro molto spettacolare dietro il Cristo, si posiziona alla sinistra di questi. Il cielo viene squarciato da raffiche intense e continue di fuochi pirotecnici, la banda suona marce allegre e festose, molta gente scoppia in un pianto travolgente davanti alla Madonna, mentre altri vi si inginocchiano e si abbracciano. E’ uno spettacolo commovente ed unico.

Finita ‘a ‘Ncrinata, con le statue sistemate a fianco del calvario, dopo del panegirico fatto dal Predicatore, si dava inizio alle offerte:
“i hjiuri ‘i cira” offerti come ex-voto venivano posizionati a quattro angoli della vara, i soldi appesi ai gagliardetti, alcuni bambini svestiti davanti alla statua della Madonna con i vestiti appesi alle stanghe. Fino agli anni cinquanta, una nota di colore era costituita da un pastore, soprannominato
“u Pinnu”, il quale portava davanti alle statue una capra con i soldi dell’offerta appesi alle corna.

Un’altra singolare usanza era il cerimoniale che le due confraternite facevano durante la processione:
in questa occasione, secondo un concordato risalente al 1837, la confraternita dell’Immacolata precedeva le statue nel percorso dall’arco fino alla chiesa parrocchiale, dove avveniva il cambio delle posizioni; il sagrestano, che portava la Croce professionale, girava la mozzetta dell’abito, fino a quel momento azzurra, colore simbolo della confraternita dell’Immacolata, dall’altro lato, di colore rosso simbolo del Rosario. Da quel momento la confraternita del Rosario prendeva il posto dell’altra e quindi acquistava la precedenza, ossia procedendo subito davanti alle statue.
Durante il pranzo di ‘Marti i Pasca’, appunto perché era una festa speciale, era usanza fare il “pro sit”, ossia, all’ora di pranzo, con tamburo e grancassa, alcuni suonatori si soffermavano sotto i balconi delle abitazioni augurando a voce alta buona fortuna e prosperità alle famiglie. Naturalmente il padrone di casa ringraziava lanciando ai suonatori la meritata mancia, offrendo loro inoltre in strada un bicchiere di vino e frutta secca.
La giornata di festa si completava con la quéstua: giro del paese con la banda che suonava canzonette mentre i procuratori della festa raccoglievano le offerte in danaro.
Mi preme anche ricordare che la statua della Madonna della Consolazione veniva portata in processione soltanto: martedì di Pasqua; la domenica successiva, con il rientro nella sua Chiesa; sera del 30 aprile per l’inizio del mese mariano; l’ultima domenica di maggio, festa con tamburi, banda e fuochi , a chiusura del mese mariano, nell’occasione venivano fatte le prime Comunioni ai ragazzi.
Tutto questo succedeva una volta. Negli ultimi tempi purtroppo molte di queste usanze sono state modificate e chissà cosa ci riserva il futuro.
Con un po’ di nostalgia per le vecchie e buone tradizioni, auguro buona Pasqua a tutti.