Una volta a Dasà era tradizione giocare ‘o ruaju.
Questo originale gioco aveva inizio circa quindici giorni prima di carnevale per terminare poi il martedì dopo carnevale (”marti azata”), giorno in cui tradizionalmente si appendevano salsicce e soppressata per farle essiccare.
Fino agli anni ’60 e ‘70 la tradizione del gioco era molto sentita, mentre negli anni successivi è andata progressivamente a scomparire.
Al gioco si partecipava a squadre di 3 o 4 componenti con regole precise lungo un percorso predefinito fin dalla notte dei tempi.
Scopo del gioco era quello di riuscire a raggiungere la fine del percorso, lanciando u ruaju, prima della squadra avversaria.
A Dasà si giocava con una pezza di formaggio di pecorino stagionato ('u ruaju), che i pecorai della zona preparavano per l’occasione. Nei paesi vicini invece si giocava con un pezzo rotondo di legno (‘u ruaju i lignu), attorcigliato ad una cordicella, ed era importante avere sufficiente forza per lanciarlo il più lontano possibile così da raggiungere prima il traguardo. Questo modo di giocare era detto “o’ forte”.
A Dasà si giocava invece “‘a paruta ” (la veduta). Per questo tipo di gioco era fondamentale una cartolina bianca, scelta dalle squadre prima dell’inizio, mediante la quale si giudicava o meno la validità dei lanci.
Il percorso aveva inizio davanti all’attuale bar Racina, procedendo verso “l’arco” per poi risalire per via Calvario (una volta detta “Resta”) e chiudere il percorso d’andata all’incrocio con via dei Trappeti. Da qui si ripartiva ripercorrendo il tracciato fino al punto di partenza.
Qualora le squadre partecipanti si fossero aggiudicate una l’andata e l’altra il ritorno, si procedeva con lo spareggio ripercorrendo solo il percorso d’andata.
In questo originale gioco, l’abilità dei giocatori consisteva non solo nel riuscire a lanciare il formaggio il più lontano possibile, ma, cosa più importante, anche nel fare in modo che tra il punto di lancio e quello di arrivo di u ruaju ci fosse collegamento visivo. Il compito di giudicare la validità dei lanci era affidata ad un arbitro nominato all’inizio della partita. Con un piede posizionato sul punto di lancio doveva giudicarne la validità o meno, ossia “‘a paruta” (la veduta) della cartolina bianca che un giocatore avversario poggiava sulla pezza di formaggio. Quella dell’arbitro era un’operazione abbastanza controversa, perché spesso le squadre concorrenti non accettavano le sue decisioni generando a volte lunghissime discussioni. Dato che la sentenza positiva dell’arbitro era fondamentale per la prosecuzione del gioco, spesso era consigliabile fare un lancio corto piuttosto che fare un tiro lungo e rischiare di vederselo annullare perché “non para”(non si vede). Questa regola molto restrittiva ed il percorso irregolare generavano una serie di tiri nulli. Un’altra regola, non scritta ma accettata da tutti, prevedeva che se il formaggio si fosse rotto, si sarebbe continuato a giocare con il pezzo più grande, se in buone condizioni, altrimenti con il pezzo di legno (‘u ruaju i lignu). Molto curioso era l’atteggiamento dei bambini che, quando si rompeva il formaggio, facevano a gara per potersene accaparrare i piccoli pezzi caduti.
La partita era vinta dalla squadra che, a parità di tiri, superava per prima la linea del traguardo. Qualora al superamento del traguardo entrambe le squadre avessero impiegato lo stesso numero di tiri, la partita era vinta dalla squadra che, con l’ultimo lancio, mandava il formaggio più lontano oltre la linea. La linea del traguardo era detta “u’ sarvu” ed il termine utilizzato per chi la superava era “sarvau” (ha superato il traguardo).
Jamu e ndi gustamu ‘o ruaju: così si diceva in paese per tutto il periodo di carnevale; i luoghi lungo il percorso erano il ritrovo per gente di tutte le età che, con molta partecipazione, amavano assistere alle accanite sfide.
Mi è stato riferito da Antonio Tripodi (mio suocero) che, negli anni ‘40, i giocatori più bravi erano considerati un signore chiamato “Portiaju” (nonno del defunto Cola Leo) e Mastro Raffaele Cognetta (abitava di fronte alla ex sartoria Maneli); negli anni ’50 si sono contraddistinti per abilità: “‘U Purvararu” ( nonno di Pino Portaro, attuale presidente dell’A.C.D.) e “Pascale ‘i Donna Nuzza”, poi emigrato e morto a Strambino. negli anni ‘60: Ciccio Minà, Mastru Pieppi Minà, Cienzu i Milanu, Brunu ‘i Vitrò, ‘Ntuani ‘i Rosanna (Antonio tripodi tutt’ora vivente); negli anni ‘70: Brunu ‘i milanu, Turi ‘i catarinuzza, Cienzu ‘i Cola bomba, ed altri.
L’aspetto più singolare e significativo di questo gioco che mi è stato riferito è che non c’è mai stata una lite grave durante il gioco d’u ruaju (no’ s’acchjapparu mai).
Alla prossima, Peppi Giogà.